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| SUPPLEMENTO AL N. 4 DEL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ ENTOMOLOBICH ITALIANA
VOL. LXX - gi EF:
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MEMORIE,
DELLA
SOCIETÀ ENTOMOLOGICA
(ITALIANA.
bi XVI 1937-XV E.F. ji FASCICOLO I.
SOMM ARIO
Solari (AE Camus nuovi 0 poco ho ct della Padua paleartica. 1
à "IV. Di Alcuni Otiorrhynchus Germar. (3- VII- 1937) () : Ò Reimoser E. — Beitrag zur Spinnenfauna . von Erythraea. a -X-1937)
| Ghidini G. M. — I reali di terza forma in Reticulitermes lucifugus Rossi (Isoptera-Termitidae). (11-X-1937)
1 Verity: R. — Appunti su alcuni Lepidotteri diurni italiani (11- -X- 1937)
Ghidini G. M. — Revisione del genere Boldoria Jeannel (Coleoptera- Bathysciinae). (15-X11-1937)
_ Paoli G. — Note sulla biologia e sulla filogenesi dei Meloidi ee (8-1V-1938) . | :
_ Alfken J. D. — Contributi alla conoscenza della Fauna entomologica della hae Apidae. (4- V- 1938) :
4 Balli A. — Longevità e perdita di peso ie RU del Bombyx mori.
_(4-V-938) . ; Ba
Rocca L. — D mai L. e wolfensbergeri Frey in Italia.
(Lepidoptera, Nymphalidae). (4-V-938)
(1) La data che segue i titoli è quella di pubblicazione dell’estratto.
Dott. Felice Capra - Direttore responsabile
GENOVA FRATELLI PAGANO - TIPOGRAFI EDITORI - S. A. 1938-XVI _
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VOLUME XVI - 1937-XV E. F.
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CURCULIONIDI NUOVI O POCO CONOSCIUTI DELLA FAUNA PALEARTICA IV
DI ALCUNI OTIORRHYNCHUS GERMAR
O. (Arammichnus) hospitus Reitter
Apfelbeck (Glasn. Bosn. & Herceg. XXXII, 1920, p. 26; Fauna Balc. VII in B. I. 1929, p. 108) asserisce che 1’ O. hospitus, descritto nella Tabella 67 del 1912, a pag. 140, è una varietà del Kriiperi Stierlin (specie delle alte mon- tagne macedoni e greche) che differisce dalla forma tipica per il pronoto (1) di solito più fortemente e più densamente punteggiato, per le tibie anteriori della © di solito molto più fortemente dilatate esternamente, i femori ante- riori distintamente anche se leggermente dentati, le gambe di quando in quando più o meno rosso-brune.
Il prefato Autore soggiunge che Il’ hospitus è molto comune nella zona alpina del Rhilo-Dagh e nel Rhodope occ. e che esso varia molto nella pun- teggiatura, nella dilatazione delle tibie anteriori e nel colorito delle gambe.
Sempre Apfelbeck, nell’ ultima sua pubblicazione, riflettente Otiorrhyn- chus della Bulgaria (Mitt. k. n. I. Sofia, 1932), a pag. 154 parla del Kriiperi raccolto nei monti Rila, senza alcun accenno al nome di hospitus: nessun rife- rimento alla specie di Reitter fa a pag. 160, quando torna a parlare del Krü- peri: segno evidente che egli ha finito per convincersi che hospitus ne è un semplice sinonimo.
E con tutta probabilità alla cennata conclusione sua si deve la descri- zione che egli dà dell’ edeago del Kriiperi, comparato con quello del denigrator Boh., descrizione che deve essere stata fatta su di un esemplare del hospitus, anche se parlando di una distinta troncatura rettilinea è stato impreciso, in quanto il tubo nel hospitus non è mai troncato in linea retta, bensì soltanto subtroncato-arrotondato all’ apice.
L’ edeago del Krüperi autentico è più stretto che quello del denigrator e comincia a restringersi, in forma di ogiva, a partire dalla estremità basale . del foro ejaculatorio ed all’ apice è brevemente e sempre molto distintamente troncato.
Nel hospitus invece il tubo dell’ edeago è più corto e più largo che nel denigrator, ha lati paralleli fin quasi all’ altezza dell’ estremità anteriore del foro ejaculatorio, in corrispondenza della quale è leggermente allargato, poi si chiude molto rapidamente all’ apice con un’ ampia curva, senza determinare alcun restringimento che possa essere detto ovale od ogivale.
L’O. hospitus è molto variabile, onde riesce assai difficile il fissare i caratteri che valgono a differenziarlo dal variabilissimo Kriiperi, dal quale è specificamente distinto, pur essendogli indubbiamente molto affine. A me pare
(1) Per un lapsus calami Reitter scrive « Halsschild schmal, viel breiter als die . eiformigen Flügeldecken » mentre voleva dire esattamente il contrario. i
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che, a forza di esclusioni, si arrivi alla conclusione che le due specie, tanto. nella forma tipica, quanto nelle rispettive razze, varietà ed aberrazioni, dif- feriscono, ¢ e 9, soltanto per la diversa forma del rostro e della testa.
Nel hospitus gli occhi sono piatti, onde sul dorso il capo col rostro forma un unico tronco di cono; nel Krüperi invece gli occhi sono un pochino sporgenti, onde il rostro appare separato dalla testa, colla quale quindi, sul dorso, non forma un unico cono (1).
La diversa forma or ora descritta è facilmente apprezzabile quando si guarda |’ insetto dall’ avanti verso |’ indietro e con un angolo d'incidenza di circa 45°, cioè con un’inclinazione sufficiente perchè l’ occhio non veda la linea marginale inferiore del rostro.
Nella forma tipica del hospitus il pronoto ha la sua massima larghezza situata visibilmente in avanti, lateralmente è poco arrotondato nella parte ante- riore e poi si restringe con linee subrette convergenti verso la base, in pros- simità della quale sembra subsinuoso; esso è appiattito sul dorso e di solito nel 4 è lungo quanto largo e più stretto che nella 2, porta sul disco una punteggiatura più o meno densa, costituita di punti abbastanza grandi, disu- guali, fra gli interstizii dei quali si notano anche rari punti molto piccoli. Talvolta la punteggiatura nei ¢ 4 è molto profonda, i punti sono più grandi e qua e là confluenti, gli intervalli fra i punti sono stretti e subrugosi: in quest’ ultimo caso l’ insieme della scultura toglie al pronoto ogni lucentezza.
Elitri leggermente seriato-punteggiati, più raramente substriato-punteg- giati, interstrie disordinatamente puntulate su di un fondo che porta spesse volte una densa microscultura (?) coriacea, facilmente apprezzabile anche col- l’ ausilio della semplice lente. |
Il 2° articolo del funicolo è appena più lungo del 1°, il 3° è lungo quanto largo od appena più lungo, arrotondato, gli altri sono più o meno trasverso- arrotondati.
I femori anteriori sono leggermente ma distintamente dentati, le tibie anteriori, nella 2, sono lobato-dilatate esternamente; le antenne, le gambe ed il margine anteriore del pronoto sono di un colore più o meno bruno- rossiccio.
Tanto nel hospitus quanto nel Kriiperi testa e rostro sono appiattiti sul dorso e, visti di fianco, sono posti su di un unico piano, dall’ occipite fino all’ inserzione delle antenne; in ambedue le specie il 2° articolo dei tarsi ante- riori è trasverso. |
Dei hospitus ho due esemplari (4 2, ex Merkl) che sono da annoverarsi tra quelli che hanno servito a Reitter per la descrizione della sua nuova spe-
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(1) E° difficile spiegare come mai Reitter, nella sua tabella 69, pag. 67 al n. 13 abbia scritto anche pel Kriperi che la testa forma col rostro fino ai pterigii un cono rivolto in avanti, che gli occhi sono totalmente piatti e che non sporgono dalla curva del capo, mentre è proprio nella diversa forma del rostro e della testa che si ha il carattere costante e sicuro per distinguere il & del Krüperi da quello del lithanthracius Boh.. Invece si
capisce facilmente quanto scrive Apfelbeck, a pag. 159 del già ricordato lavoro sugli Otior- rhynchus bulgari, a proposito della conicità del rostro della nuova varietà hypsicola, para- gonata con quella del Krüperi. quando si pensi che indubbiamente egli ha istituito il para- gone con qualche. esemplare dell’ O. hospitus, da lui ritenuto sinonimo di Krüperi, come ho già detto.
L° 0. hypsicola nella collezione Leonhard era stato battezzato dal Dr. K. Daniel col nome, rimasto inedito. di denigrator var. dorymerus.
(2) Si direbbe che la microscultura negli Oliorrhynchus è soggetta ad obliterazione per usura; non pare comunque che la variabilità della stessa sia in relazione colla distri- buzione verticale della specie.
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. cie: alcuni altri ne possiedo di Muss-Alla (Rila-pl.: Bulgaria), raccolti dal Dr. _ C. Purkyné.
Una varietà, che mi sembra ter ol di una speciale segnalazione e di un nome e che battezzo perciò var. corvinus m., è stata raccolta pure _a Muss-Alla, ma probabilmente in vetta di qualche montagna, dall’ Ing. J. Meschnigg, al quale era stata determinata «lithanthracius». In essa 1 3 4 sono piccoli come il glabratus Stierl. (*), mentre le 9 2 hanno la statura del normale hospitus, il rostro del 4 è notevolmente più corto, il pronoto è un po’ più corto e più arrotondato ai lati, i punti sul disco sono sempre ben iso- lati e gli interstizii fra di essi sono sempre piani, gli elitri sono più corti, più tondeggianti, specialmente quelli del 3, il funicolo negli articoli 4-7 è quasi moniliforme, i femori anteriori sono sprovvisti di dente, la colorazione
è
del corpo è più scura. O. (Arammichnus) Krüperi Stierlin
Per i caratteri che servono a distinguere con sicurezza questa specie, mi riferisco a quanto ne ho già detto parlando del hospitus; aggiungerò che nel Kriiperi il pronoto è lungo quanto nel hospitus, ma è più largo, colla sua massima larghezza posta verso il mezzo, abbastanza fortemente arrotondato ai lati in avanti e verso la base, sul dorso è convesso, la punteggiatura sul disco | è più rada e specialmente più superficiale, i punti sono nettamente isolati, mai confluenti, gli interstizii fra i punti sono sempre piani e nitidi.
Elitri substriato-punteggiati o visibilmente striati, raramente quasi sol- cato-punteggiati, i punti di solito sono più forti e più fitti che nel hospitus, le interstrie sono disordinatamente puntulate, la microscultura del fondo è meno ‘| marcata e meno coriacea.
I femori anteriori sono più angolosamente dilatati che nel hospitus, con o senza dente terminale, le tibie anteriori della 9 sono più o meno arroton- dato-dilatate esternamente, nella forma tipica, lobato-dilatate nelle varietà, però sempre meno che nel hospitus.
Secondo Apfelbeck il tipo (*), che trovasi nella collezione del Museo di Sarajevo, proviene dai monti Veluchi. | Nella forma tipica, della quale, grazie al Prof. ona ho potuto pren- . dere in esame una coppia, proveniente dalla località classica, i femori ante- _ riori sono leggermente angoloso-dilatati ed appena subdentati; le tibie ante- riori della 9 sono molto leggermente arrotondato-allargate esternamente, le gambe e le antenne sono bruno-rossastre.
: La var. angulipes Apfelbeck, nel Glasn. 1920, dall’ Autore fu descritta come distinta dalla forma tipica unicamente per i «... femoribus plus minusve angulatim dilatatis ».
Nella successiva e già citata sua pubblicazione del 1929, a pag. 109, la descrizione dei femori fu un po’ ampliata nei seguenti termini «... die vor der Spitze stärker und mehr minder winkelig erweiterten und mit einem deut- lichen, kôrnchenartigen Zähnchen versehenen Vorderschenkel ».
(1) Il nome è preoccupato da glabratus Kryn. secondo Winkler (Cat. n. 1826). Per glabratus Stierl. propongo il nome nuovo di Winkleri (V. Winkl. Cat. n. 1062, b). (2) Stando a Peyerimhoff (A. Fr. 1930 p. 258) il tipo (ro) trovasi invece al Museo
di Berlino-Dahlem; secondo la sua opinione, il Kriiperi dovrebbe essere tolto dagli Aram- michnus per essere trasferito vicino al politus, fra gli Otiorrhynchus s. str.
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Ma io ho esemplari dell’angulipes (Korax-Geb.), mandatimi con tale nome dall’Autore, nei quali le descritte differenze sono problematiche o tutt’ al più © minime, quindi il nome di angulipes merita di essere posto in sinonimia, se- condo me, tanto più perchè Apfelbeck ha pubblicato la descrizione della varietà suddetta soltanto incidentalmente.
Di una forma che ha la dilatazione angolosa dei femori un po’ più forte che nell’ angulipes, la quale termina in un dente granuliforme più distinto che nei miei esemplari dei monti Korax, il Dr. Max Beier ha catturato un consi- derevole numero di esemplari sui monti Kataphigi (Cumerka - Epiro).
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Una razza abbastanza caratteristica è stata descritta dal Prof. Lona, col nome di tomoricensis. |
Alle differenze indicate dall’ Autore, cioè: protorace più largo e più breve, tibie anteriori della ® più allungato-lobate esternamente, se ne può ag- giungere una notevole e cioè che il dente dei femori anteriori, nel tomori- censis, pur essendo piccolo e breve, è ben pronunziato ed acuto, più o meno spiniforme ed è seguito da un'incisione, che esso contribuisce a circoscrivere ed a rendere profonda.
Pare anche che la colorazione delle gambe e delle antenne sia più scura e che il ¢ sia sempre notevolmente più piccolo della 2, essendo il primo appena più grande del Winkleri, mentre la 9 è grande come un normale Kriiperi.
Al tomoricensis è molto simile, anche pel colorito, una razza della Ser- bia meridionale (Kajmakcalan, leg. Dr. Purkyné) nella quale il dente dei femori anteriori è più lungo e più spiniforme, onde l’ incisione del femore appare più profonda e più nettamente semicircolare. In questa razza il pronoto è sempre fortemente e profondamente punteggiato, inoltre 3 e 2 hanno pressochè la Stessa statura. Una forma quasi uguale a quella del Kajmakcalan si trova al Peristeri.
In un’altra razza, della quale però ho visto pochi esemplari (2 9 ® e 2 & & di Maj e Tartarit, & 9 di Shendeli nell’ Albania meridionale, coll. Lona), la statura e la punteggiatura del pronoto sono quelle del Kriiperi tipico, ma i denti sono acuti e pronunziati come quelli delle forme della Serbia me- ridionale. Tanto in una © del Kajmakcalan come nell’ unica ® di Shendeli il dente spiniforme è eccezionalmente lungo, lungo cioè quanto è larga la tibia nella parte basale.
0. (Arammichnus) anomalus Sp,
A O. corvino Sol. differt rostro tantulum breviore et crassiore, antrorsum latiore ideo minus conico, fronte convexa, prothorace latiore et convexiore pa- rum longiore, lateribus magis rotundato, tarsorum articulo 2° latitudine aequi- longo, evidenter triangulari.
Patria: Macedonia (Peristeri, leg. Ing. J. Meschnigg).
Molto simile al hospitus v. corvinus per la statura, |’ aspetto generale, il rostro non separato dalla testa e le tibie anteriori della 9 almeno altrettanto fortemente lobate esternamente, se ne distingue però sicuramente per il 2° ar- ticolo dei tarsi almeno lungo quanto largo e foggiato a triangolo equilatero oltre che per la forma dell’ edeago, che nell’ anomalus si allarga alquanto nella parte distale ed all’ apice sembra stroncato, tracciando una linea sinuosa, con
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_ due leggere smarginature, laterali, precedute da leggere sporgenze subangolose . ed una leggera sporgenza arrotondata, nel centro. |
i E’ notevole la differenza che si riscontra nella forma del. pronoto, la cui massima larghezza pare submediana: è abbastanza visibile la maggior lar- ghezza e la minore conicità del rostro; ma su questi caratteri, così pure su altri che si potrebbero trarre dalla forma degli articoli del funicolo e daila scultura, non mi soffermo, data la grande variabilità del hospitus ed anche quella che si riscontra nei pochi esemplari della nuova specie, che ho sot- t’ occhio.
Dal Kriiperi si distingue per |’ unica conicità del rostro e del capo; dal- macedonicus & che, al pari dell’ anomalus, è sprovvisto di dente ai femori anteriori, si distingue subito per la forma del 2° articolo dei tarsi anteriori, il quale, nel macedonicus, è ancora più fortemente trasverso che nel hospitus.
Sempre la descritta forma del 2° articolo dei tarsi basta a separare 1’ ano- malus anche dagli altri Otiorrhynchus s. str. del gruppo del macedonicus che, con le due specie or ora nominate, hanno sul pronoto lo stesso tipo di scultura.
Dal Winkleri e dal macedonicus |’ O. anomalus differisce anche perchè ha il pronoto leggermente marginato di rosso anteriormente, come I’ hospitus ed il Kriiperi; nei primi due invece tutto il protorace è intensamente nero.
O. (Arammichnus) dorymeroides n. sp.
Statura et colore ut in O. Kriiperi Stierl. eique proximus attamen facile distinguendus: rostro breviore, a capite magis sejuncto, medio breviter sat pro- funde excavato, versus latera ut capite sat confertim, irregulariter et grosse ru- goso-punctato; oculis minoribus, magis prominulis; funiculi articulis externis rotundato-transversis; prothorace lateribus magis rotundato, maxima latitudine in medio, dorso remote punctato, punctis majusculis, ocellatis, lateribus crebre rugoso-granulato, elytris exacte ovalibus, dorso valde convexis, maxima con- vexitate in medio, postice subabrupte declivibus, leviter sulcato-punctatis, in- terstitiis dorso sulcis latioribus, subconvexis, remote punctulatis, in declivitate postica multo angustioribus, subcostato-granulatis, femoribus omnibus acute den- tatis, tibiis anticis extus in 2 paullo ampliato-rotundatis, haud lobato-productis. 4, latet.
Patria: Epirus (Cumerka: monti Kataphigi 1800-2000 m., 19-VI-1933, Dr. M. Beier). |
Fra gli Arammichnus gli è soltanto affine il Krüperi, del quale ha la lucentezza ed il colorito del corpo, delle gambe e delle antenne ed al quale lo avvicina la forma del rostro e della testa e la poca dilatazione delle tibie ante- riori, ma lo distingue in modo evidentissimo la diversa forma degli elitri.
Questi, nel Krüperi &, sono larghi circa quanto nel dorymeroides, ma sono leggermente obovati, meno convessi sul dorso, la maggior loro conves- sità è posta dopo il mezzo, sono perpendicolarmente declivi posteriormente, le interstrie sul disco sono piane, larghe, abbondantemente puntulate, nella decli- vità posteriore sono più strette, ma sempre piane e puntulate. Nella ®, poi, gli elitri sono più larghi che nel 4, più brevemente obovali, onde maggior risalto ha la differenza di forma rispetto a quella del dorymeroides. |
Per altre differenze fra la nuova specie ed il Krüperi mi riferisco a quanto dettone nella diagnosi latina.
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Dal hospitus si distingue anche per il rostro nettamente separato dalla testa, gli occhi più piccoli e sporgenti, le tibie poco allargate esternamente all’ apice.
Fra i Cryphiphorus non conosco specie che gli possano essere parago- nate; col Ganglbaueri e simili nulla ha da fare.
Il dorymeroides deve essere invece molto simile al Dorymerus armipes (*) Apfelbeck (Ak. Wiss. Wien, 1908, Anz. 1, pag. 4); nel timore che potesse trat- tarsi di tale specie che, come il dorymeroides, è stata catturata insieme al Kriiperi, ho anche esitato non poco a descriverlo. |
Invero la descritta forma della testa, del rostro e degli occhi nell’ armi- pes (?) lasciano supporre la cosa, però non v’ ha dubbio che nel dorymeroides le tibie anteriori sono dilatate esternamente (?), poco se si vuole, ma quanto nella forma tipica del Krüperi.
Inoltre |’ armipes dovrebbe avere il pronoto molto più finamente pun- teggiato che nel denigrator, mentre nel dorymeroides la punteggiatura è più forte che nello stesso; l’ armipes deve avere elitri ellittici, mentre il doryme- roides li ha esattamente ovali.
Sarebbe anche abbastanza strano che Apfelbeck non avesse speso una sola parola per la scultura delle interstrie sulla declività posteriore degli elitri, che nel dorymeroides è così diversa da quella del denigrator, se realmente avesse avuto sott’ occhio la specie, che ora descrivo come nuova.
L’O. shardaghensis Apfelb. deve essere facilmente distinguibile dal dory- meroides per la punteggiatura del pronoto, la lunghezza del 2° articolo del funicolo, gli occhi piatti, il rostro conico.
Colle altre specie nere, glabre o subglabre, di Dorymerus, aventi tutte,
se non erro, il pronoto granulato, mi pare superfluo I’ istituire un paragone.
Otiorrhynchus (s. str.) Regliae Reitter
E’ stato descritto come una aberrazione del politus Gyll., distinta per la minore statura ed il colorito rosso-ruggine delle gambe e delle antenne.
Apfelbeck (Fauna balc. VII p. 86) sostiene invece che è una forma pic- cola dell’ Arammichnus Kriiperi: afferma di aver visto tipi dell’ Autore ed una serie di altri esemplari e che le © © hanno le tibie anteriori fortemente dila- tate, come nei Kriiperi tipici (*).
Io temo che il lodato Autore si sia lasciato guidare da un’idea precon- cetta nel fare la suddetta affermazione; ho parecchi esemplari della località classica (Peristeri: ex Werner, Rambousek, Purkyné), fra i quali 4 2 2, ed in nessuna di queste ultime v’ è il ben che minimo accenno ad una dilatazione delle tibie, le quaii anzi, nell’ estremità anteriore si arrotondano, onde la loro
(1) Cf. Apfelbeck, Fauna Balc. VII p. 97, 98 e 196; Glasn. Bosn. Herc. 1920 p. 21, Mitt. Sofia 1932, p. 157.
(2) Apfelbeck ha descritto il Dorymerus Joakimoffi come appartenente al gruppo dell’armipes. L’Joakimoffi, che posseggo, è molto affine al denigrator var. hypsicola (Otior- rhynchus s. str.).
Se il raggruppamento delle due specie di Apfelbeck, stabilito dall’ Autore. corri- sponde ad una reale affinità, l’ armipes deve trovar posto nel gruppo del denigrator.
(3) Se ho descritto il dorymeroides come appartenente agli Arammichnus, non ho con ciò voluto ammettere che la divisione sistematica in vigore sia soddisfacente. (Cf. Peyerimhoff, 1. c. e Zumpt, Curculionidenstudien XI).
(4) Certamente si riferiva al hospitus tipico.
OTIORRHYNCHUS BT, 11
linea marginale esterna si volge verso l’asse della tibia; tutt’ al più le tibie anteriori possono sembrare terminate esternamente ad angolo retto, a causa della consueta corona di spinule, delle quali la corbula è provvista.
li Regliae non è adunque un Arammichnus, bensì un Otiorrhynchus s. str. e non può quindi essere una razza del Kriiperi o del hospitus: del resto dal Kriiperi differisce anche per la forma dell’ edeago fortemente diversa. Infatti nei Regliae il tubo ha lati paralleli per tutta la lunghezza del foro ejacula- torio e poi è subitamente subtroncato, con leggero arrotondamento apicale.
La forma dell’ edeago nel Regliae è simile a quella del hospitus, però in quest’ ultimo |’ arrotondamento apicale del tubo è considerevolmente più pro- nunziato, i margini laterali sono larghi e fortemente callosi ed il profilo infe- riore è una curva pronunziata dalla base all’ apice e quello superiore descrive pure una curva del tutto simile. Uguale profilo ha l’edeago del Kriiperi.
Nel Regliae invece i margini laterali sono stretti, lineari, non callosi, il profilo inferiore è quasi rettilineo, il profilo superiore è costituito da due rette che si incontrano, determinando un angolo molto ottuso.
Il Regliae somiglia per la gracilità delle antenne e per la forma degli ‘articoli del funicolo al corvinus; è però un po’ più piccolo, il rostro è più corto e proporzionalmente più largo, gli occhi sono un po’ più piccoli, più dorsali e meno piatti, onde il rostro è leggermente separato dalla testa; il mar- gine esterno delle tibie anteriori del ¢ è incurvato verso l’ asse della tibia, come nella 2, il 2° articolo dei tarsi anteriori è più fortemente trasverso, i femori anteriori non sono neppure angolosamente dilatati.
Dai piccoli 4 4 del Krüperi (tomoricensis) differisce per la completa mancanza di dente ed anche di dilatazione angolosa nei femori anteriori, inol- tre per il funicolo un po’ più gracile, il rostro più conico, con pterigii meno sviluppati, meno separato dalla testa, il pronoto più stretto, colla massima lar- ghezza sita evidentemente in avanti, la colorazione molto più chiara delle gambe e delle antenne.
Delle specie del suo gruppo, la sola che somiglia al Regliae è il Win- kleri (= ? politus Gyll. var.), del quale però è notevolmente più piccolo e dal ‘quale si distingue a prima vista per il diverso colorito delle gambe e delle antenne.
Nel Winkleri il tubo dell’ edeago, a cominciare dalla base del foro eja- culatorio, si allarga fortemente e mantiene quasi invariata tale larghezza fino all’ apice, dove termina in modo simile a quello del Regliae, ma più troncato. I suoi margini laterali sono distintamente callosi, però il suo profilo superiore -e quello inferiore sono uguali a quelli del Regliae.
In quest’ ultimo il rostro è più corto, più conico che nel Winkleri, gli occhi sono più piccoli e più dorsali, la testa è più larga, le guancie sono più gonfie, le antenne più gracili, gli articoli esterni del funicolo moniliformi, il pronoto non è cordiforme.
Tutto sommato, si può dire che Winkleri e Regliae sono molto affini; non è anzi improbabile che il secondo sia una sottospecie del primo; certa- mente è da scartarsi |’ ipotesi che si possa trattare soltanto di una forma aber- rante dello stesso. Ma per ora mi pare conveniente di considerare il Regliae (Cat. Winkler n. 1758) come specie a sè stante di Otiorrhynchus s. str., da
porsi nelle immediate vicinanze del Winkleri (Winkler, Cat. n. 1602).
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en i ; | F. SOLARI O. (s. str.) macedonicus Apf. v. conorhynchus nov. var.
distinctus. Raccolto al Shar-Dagh, dall’ Ing. Meschnigg, che me l’ha mandato col nome di shardaghensis (Cat. Winkler 1446).
Conosco soltanto la 9 di questa varietà, che differisce dalla forma tipica
per gli elitri notevolmente più brevi, le gambe meno robuste, i tarsi più gra- cili, il pronoto meno allargato anteriormente, ma sopratutto per la diversa forma della testa e del rostro.
Nel conorhynchus infatti gli occhi sono più dorsali e totalmente appiat- titi in modo che la testa (a partire dalla sua inserzione nel protorace) col rostro, fino all’ inserzione delle antenne, forma un unico tronco di cono, ben apprez- zabile come tale a prima He in quanto il rostro è fortemente RAR in avanti.
Il conorhynchus deve essere molto simile al Dorymerus shardaghensis Apf. (del monte Koritnik) che non conosco; però secondo la descrizione origi- nale e quella datane da Reitter (Tab. 70, p. 59) il shardaghensis deve avere
il 2° articolo del funicolo molto piü lungo del 1° ed i femori leggermente den-
tati, mentre il conorhynchus ha il 2° articolo del funicolo subeguale al 1° ed i femori mutici.
Inoltre il conorhynchus ha i lati del protorace semplicemente punteg- giati, come nel macedonicus, mentre Apfelbeck scrive (Fauna Balc. VII, p. 196)
che nel shardaghensis il protorace è fortemente punteggiato sul disco e gros-
solanamente granulato ai lati (cioè come nel denigrator).
O. (Dorymerus) corvulus Reitter
Lo ritengo un esemplare aberrante del lithanthracius Boh., che Reitter, nella Tabella 69 p. 67, dice essere uguale a denigrator Boh..
La principale differenza che ha indotto |’ Autore a considerarlo speci-.
ficatamente diverso dovrebbe consistere nella. diversa punteggiatura ai lati del protorace, ma a me pare che tale differenza sia illusoria; certo non si può paragonare la scultura dei lati del protorace del corvulus con quella del ma- cedonicus.
Oltre il tipo, del corvulus ho tre esemplari, pure della Transilvania, avuti. tutti col nome di lithanthracius, uno proveniente dalla collezione Jekel, gli altri due avuti dal Dr. K. Daniel. Essi non differiscono dal denigrator se non .
per il colorito intensamente nero di tutto il corpo, arti compresi.
Nella tabella 70 p. 60, Reitter riconobbe nel denigrator una ab. del lithan- — thracius, distinta per il pronoto quasi lungo quanto largo; ma a me pare che.
la pura e semplice riunione sinonimica delle due specie di Boheman, fatta nella tabella precedente, risponda maggiormente alla realtà. E la sinonimia corvulus = lithanthracius è, per me, fuori di contestazione.
Lithanthracius, colla varietà hypsicola, Joakimoffi (e forse anche sharda- ghensis e armipes) devono essere riuniti in un unico gruppo; e poiché i femori
anteriori sono angolosamente dilatati, subdentati o visibilmente den- tati nella stessa specie (‘), credo sia il caso di inserirli tutti fra i Dorymerus |
piuttosto che fra gli Otiorrhynchus s. str..
(1) Cf. Apfelbeck, Wiss. Mitt. Bosn.-u...Herc. IV, 1896; p. 343.
A forma tipica oculis in totum deplanatis, capite cum rostro exacte conico,
OTIORRHYNCHUS | | hehe 13
Otiorrhynchus (s. str.) frigidus Stierlin
Nel catalogo Winkler è riportato due volte: al n. 987 ed al n. 1825.
E’ stato descritto come appartenente al sottogenere Tournieria (Mitt. schw. ent. Ges., IX-1895, p. 300, An. Soc. Ent. Belg., XXXIX, 1895, p. 74) e dai Reitter (Tab. 69 p. 48) messo in sinonimia del sulcogemmatus Boh.. Ritengo errata detta sinonimia.
Otiorrhynchus (s. str.) planidorsis Fairmaire
Descritto negli Ann. Fr. 1856 p. 541, non è riportato nel Cat. Winkler, a pag. 1408. |
Secondo Hustache (A. Fr. 1923 p. 75) e Zumpt (Curculionidenstudien XI) si tratta di un sinonimo del malefidus Gyll., ma la cosa merita di essere appro- fondita.
Otiorrhynchus (s. str.) chrysotrichus Apf. v. plasensis Apf.
Nella Fauna Balc. VII a pag. 54 è riportato il suddetto nome (*), che non figura però in altra parte del lavoro.
Secondo una comunicazione, fattami direttamente dall’ Autore, la varietà, nominata come sopra, è caratterizzata colle ultime parole della pagina 43 e cioè come segue: «Die Form von Plasa hat vorwiegend. schwarze Beine und das & ist spärlicher beschuppt ». | Nel citato lavoro sono descritti anche il Cirrhorhynchus Kelecsenyi ab. fallax Apf. (p. 49) ed il plumipes ab. tarnovensis Apf. (p. 54), che non figu- rano nel Catalogo Winkler.
Otiorrhynchus (s. str.) amissus Reitter
Fu descritto nella Tab. 70 a p. 22 (Tournieria), ma come specie sprov- vista di dente.
E’ però un Otiorrhynchus s. str. (?): la descrizione originale è sufficiente a farlo riconoscere. Io ne ho un esemplare 4, raccolto a Steni, nell’ Eubea, dal Sig. Martin Holtz (IV-1926).
Può essere messo nel gruppo del cylindricus Stierl., al quale però non ‘somiglia gran che. E’ la specie che ha gli elitri proporzionalmente più lunghi e più paralleli di quante ne conosco.
Otiorrhynchus (s. str.) dinaricus Apfelbeck
Iscritto al n. 1821 nel Cat. Winkler. Ne ho due esemplari (4 2) di Gnjat-pl. (1. class.) presso Livno, confrontati dall’ Autore col tipo. La conosco anche dei monti Sator.
Apfelbeck ha posto la sua nuova specie presso il dubius Strôm (— mau- rus Gyll.); mi pare che vi possa restare.
(1) Nel Cat. Winkler, al n. 1076, sta scritto, per errore di stampa, chrysothrix.
Altri errori, da me rilevati, sono i seguenti: al n. 1109 b «radschenensis » invece di radschensis; al n. 1341 « kapaonicensis» invece di kopaonicensis; al n. 1351 « tani- cerus » invece di tanycerus.
Al n. 1611 manca la citazione bibliografica. L’ 0. scobinatus Sol. è stato descritto negli Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova, Vol. XLII, p. 88, 3 novem- bre 1905.
(2) Cf. Apfeibeck, Fauna Balc. VII p. 90; Glasn. 1920 p. 20.
LR F. SOLARI
Otiorrhynchus (s. str.) peristericus Apfelbeck
Fu descritto (Mitt. Bosn. u. Herc. 1901 p. 466) su di un esemplare, rac- colto al Peristeri (presso Janina nell’ Epiro) dall’ Autore, che lo comparò col subdepressus Stierl. (11? sezione).
«Ne ho un esemplare, raccolto dal Dr. Max Beier a Kataphigi nell’ Epiro il 19-IV-1933.
Fra le specie da me os quella che gli somiglia di più è lO. Stier- lini Gemm. (Winkler Cat. n. 1136), ma ha la scultura completamente diversa.
Il peristericus nel Cat. Winkl. è posto fra le specie di sede incerta.
Otiorrhynchus (s. str.) splendidus Reitter
La indicazione « Apf.» al n. 1144 del Cat. Winkler dev’ essere tolta.
La specie, con tale nome battezzata i. litt., non è mai stata descritta da Apfel- beck, secondo quanto egli stesso ebbe a comunicarmi.
Otiorrhynchus (s. str.) albensis v. obductus Petri
Il Prof. Penecke (C. C. I, p. 322) ricorda ambedue i nomi di Petri, il
secondo dei quali è stato saltato nel Cat. Winkler (n. 1176), mentre specie e varietà sono state descritte contemporaneamente.
O. (Dorymerus) primigenius Apfelbeck
Nel Cat. Winkler, al n. 1231, è indicato come varietà del Brandisi Apf., ma per errore. Il primigenius & descritto, con dubbio, quale sottospecie del- l’ austriacus ed infatti esso gli somiglia molto, mentre al Brandisi non somiglia affatto.
O. (Dorymerus) Kotulae Smulikowski
Elencato al n. 1831 nel Cat. Winkler, è probabilmente una sottospecie
dell’ Apfelbecki Stierl., distinta dalla forma tipica per le antenne più robuste,
il 2° articolo del funicolo non nodoso nella parte distale, il 3° subgloboso, gli articoli 5-7 globosi o trasverso-arrotondati, gli occhi un po’ più sporgenti, men-
tre nell’ Apfelbecki gli articoli 5-7 sono obconico-subtrasversi ed il 3° è breve-
mente conico.
Il Kotulae, che è stato raccolto a Janow in Polonia e mi è stato gentil- mente donato dall’ amico Dr. S. Smreczynski, ha un’ area di dispersione stret- tissima, compresa fra Lwow e Przemysl, secondo quanto egli ebbe la cortesia di comunicarmi nel mandarmi la ®, solo sesso finora conosciuto.
Già dall’ Autore la specie era stata paragonata all’ Apfelbecki, per quanto.
descritta come più prossima al fraxini Germ..
O. (Dorymerus) parnassius Apfelbeck
E’ stato descritto nel 1922 su di un esemplare della collezione Noesske
(Glasn. kroat. naturwiss. Ges., Zagreb XXXIV, p. 24), come specie prossima
parente del /ongipennis Stierl. (n. 1321).
Il Sig. G. Paganetti-Hummler, nella località classica, ha ripreso la spe- cie (1 2, coll. mea) che, secondo me, trova più convenientemente posto nel — gruppo dell’ excellens Kirsch (p. 1420 Cat. Winkler), vicino al Beieri Penecke |
ed al pelionis Penecke.
OTIORRHYNCHUS | AU PES
0. (Dorymerus) prisrensis Apfelbeck
L' he J. Meschnigg ne ha catturato al Shar-Dagh (Macedonia) 2 esem- plari (4 3). | Questa specie, descritta su di un solo esemplare, pure 3, paragonata dal- l’ Autore all’ Arammichnus tristis Scop. e da lui posta provvisoriamente vicino _ al polycoccus Gyll. (n. 1322 Cat. Winkl.), merita una nota.
Ritengo che la comparazione del prisrensis col tristis, fatta da Apfelbeck, sia dovuta alla vestitura degli elitri, che è dello stesso tipo nelle due specie, se no non potrei capire come egli abbia ritenuto di poter vedere nella nuova specie una somiglianza grande col tristis, dato che quest’ ultimo ha un aspetto molto diverso, a causa della differente lunghezza e della diversa forma degli elitri. |
Ed anche nella scultura questi organi non sono eccessivamente simili nelle due specie, benchè solcato-punteggiati in entrambe e con interstrie convesse, provviste di granuli.
Nel prisrensis infatti 1 granuli delle interstrie sono fitti, molto ben deli- neati, nettamente rotondi, molto regolarmente allineati ed occu- pano tutta la larghezza dell’ interstria, alla quale conferiscono un aspetto net- tamente costiforme; nel tristis invece i granuli sono un po’ più radi, meno ben delineati, meno allineati sull’ interstria, che non occupano interamente.
I solchi punteggiati degli elitri nel prisrensis sono più larghi e più pro-
fondi ed i punti sono più distinti che nel tristis, per contro le interstrie sono più larghe nel secondo che nel primo: si può quasi dire che nel prisrensis 1 solchi sono larghi quanto le interstrie nel tristis e viceversa che le interstrie | nel prisrensis sono larghe quanto i solchi nel tristis. Per l’ aspetto il prisrensis somiglia molto al polycoccus; la statura è | pressochè uguale, ma nel secondo le interstrie sono molto più larghe, i gra- nuli obliterati, non allineati, molto più radi, i solchi molto più superficiali, gli elitri un po’ più larghi, il funicolo meno gracile e 1’ edeago molto diverso.
Per la forma di quest’ organo, il prisrensis somiglia molto al longipennis, però il tubo dell’ edeago di quest’ ultima specie si restringe più rapidamente nella parte distale e finisce in punta molto più pronunziata che nel prisrensis.
Otiorrhynchus peregrinus Marshall
Questa specie, descritta nel 1916 (Cat. Winkler n. 1840), deve cambiar nome, a causa dell’ esistenza precedente di un O. peregrinus, descritto da Stierlin (Cat. Winkl. n. 1409).
Propongo il nome nuovo di Marshalli.
O. (Tournieria) porcellus Daniel
E’ descritto come Tournieria appartenente al gruppo del gibbicollis Boh. (Cat. Winkl. n. 1501) e così è infatti.
Io l’ ho del monte Marsicano (Abruzzo) di Filettino (Lazio) e del monte Pollino (Lucania, leg. Schatzmayr-Koch).
E’ da togliere quindi dalle specie di sede incerta e da trasferire a pag. 1422 del catalogo ripetutamente nominato.
Otiorrhynchus innocuus Boheman
Questa specie, dell’ Altai, ricordata da Reitter nella tabella 67, p. 130,
non è elencata nel catalogo Winkler. La sua sede è incerta.
EDUARD REIMOSER, Wien.
BEITRAG ZUR SPINNENFAUNA VON ERYTHRAEA
Herr Doktor Cav. ALFREDO ANDREINI, jetzt Colonnello Medico del R. Esercito Italiano nella Riserva, beschäftigte sich während seines Aufenthaltes in Erythraea vom Dezember 1900 bis März 1903 als Naturfreund auch mit dem Beobachten und Sammeln von Spinnen. Er hatte die Freundlichkeit, mich mit der wissenschaftlichen Bearbeitung seines Sammelmateriales zu betraune.
Speziell über die Spinnenfauna von Erythraea liegt nur die Arbeit von L. KULCZYNSKI vor: Arachnoidea in colonia Erythraea a Dr. e K. M. Levander collecta (Anz. Akad. Wiss. Krakau, 1901).
Dagegen sind über die Spinnenfauna von Abessinien und der angren- zenden Gebiete verhältnismässig viele Arbetiten erschienen. Es seien nur angeführt:
AUDOUIN V., Explicat. des planch. d’Arach. in Savigny J. C., Descript. d'Egypte. XXII. Paris 1827.
BERLAND L., Araneae in: « Voyage de Alluaud et Jeannel en Afrique Orien- tale ». Paris 1914, 1920.
— Araignées in: « Voyage de M.le Baron Rothschild en Ethiopie ». Paris 1922. CAMBRIDGE O. P., General list of spid. of Palaestine a. Syria. P. Z. S. 1872. — Catal. of a collect. of spid. made in Egypt. P. Z. S. 1876.
KocH L., Aegypt. und abyssin. Arachn., ges. von Jickeli. Nürnberg 1875. -LESSERT R., Arachn. de I’ Ouganda. Revue Suisse, XXIII. 1915.
Pavesi P., Aracnidi del regno di Scioa. Ann. Mus. Genova, XX. 1883.
— Aracnidi in: « Explorazione del Giuba ». Ann. Mus. Genova, XXXV. 1895.
— Aracnidi somali e galla raccolti da Don Eugenio dei Principi Ruspoli. Ann. Mus. Genova, SAR: 1897.
Simon E., Arach., rec. à Obok par Faurot. Bull. Soc. Zool., XII. 1887.
— Etude sur les Arachn. rec. au cours de la Mission Bonchamps à travers l Ethiopie- Ann, Soc. Eat) Fr E22 1901:
— Etude sur les Arachn. rec. au cours de la Mission Bourg de Bozas en Afrique. Bull. Mus. Paris, X. 1904.
— Arachnida in « Ergebnisse der zool. Forschungsreise Dr. F. Werners nach dem ägypt. Sudan u. Uganda ». Sitzgber. Akad. Wiss. Wien. 1906.
— Arachn. in «Voyage de Rothscild en Ethiopie ». Ann. Soc. Ent. de
LIII. 1909. STRAND E., Diagnosen nordafr. von Erlanger ges. Spinnen. Zool. Anz. XXX. 1906.
— Nordafr. haupts. von Erlanger ges. Thomisiden. Jahrb. Nassau Ver. Ntk. LX. 1907. |
| SPINNENFAUNA VON ERYTHRAEA | sii 17
— Nordafr. haupts. von Erlanger ges. Lycosiden. Arch. f. Ntg. LXXIII. 1908.
— Verzeichnis der von Neumann in Südaethiopien ges. Spinnen. Arch. f. Ntg. IV. 1908.
— Nordafr. Spinnen. haupts. von Erlanger gesammelt. Ibid.
— Nordafr. haupts. von Erlanger ges. Argiopiden. Revue Suisse, XVI. 1908.
— Nordafr. haupts. von Erlanger ges. Aviculariidae, Drassidae und Theridiidae. Jahresh. des Ver. f. Ntk. in Stuttgart, LXIV. 1908.
— Nordafr. haupts. von Erlanger ges. Clubioniden. Arch. f. Ntk. Christiania,
= XXIX. 1908:
— Nordafr. haupts. von Fileuper ges. Oxyopiden und Salticiden. Soc. Ent. Zürich, XXII, XXIV. 1909.
Erythraea gehört der tiergeographischen ostafrikanischen Subregion an, beherbergt aber als Grenzgebiet eine grosse Zahl transgredierender mediter- raner Formen. Die ausserordentlich reiche Sammelausbeute umfasst nur 50 sicher bestimmte Arten, darunter 4 neue; sie verteilen sich auf 21 Familien mit 46 Gattungen. Für 14 Arten ist das Vorkommen in Abessinien neu. Dass bei einer so grossen Anzahl gesammelter Spinnen verhältnismässig nicht mehr Arten herausgefunden wurden, ist dem Umstande zuzuschreiben, dass mehr als die Hälfte der Tiere nicht erwachsen waren; trotz vieler Mühe konnte keine Determination derselben durchgeführt werden. Es sind ungemein interessante Formen darunter, die sicherlich neuen Arten. angehören. Wenn wieder ainmal eine Aufsammlung die erwachsenen Tiere liefert, wird es leicht möglich sein, eine entsprechende RE vorzunehmen.
Fam. THERAPHOSIDAE. Phoneyusa Karsch 1886. Ph. rufa Berl. 1914. - Adi Caié 3 4. Verbreitung: Ostafrika. Loxoptygella Strand 1906. L. erlangeri Strand 1906. - Asmara 1 9. Verbreitung: Abessinien. Fam. UROCTEIDAE. Uroctea Duf. 1820.
U. limbata (C. L. Koch) 1843. - Adi Caié 1 9. Verbreitung: Nordafrika, Palaestina, Arabien, Abessinien, Senegal. Fam. SICARIIDAE. Scytodes Latr. 1804. Sc. affinis Kulcz. 1901. - Adi Caié 26 2, Adi Ugri 1 2, Saganeiti 4 9. Verbreitung: Erythraea, Abessinien.
Fam. ULOBORIDAE. Uloborus Latr. 1806.
U. plumipes Luc. 1846. - Cheren I 2. Verbreitung: Mittelmeergebiet, trop. Afrika, Südasien.
ee. Vv E. REMMOSER 0. ae Ta
Miagrammopes Sim. 1869.
M. raffrayi Sim. 1881. - Cheren I 2. Verbreitung: Sansibar.
Fam. ERESIDAE.
Dresserus Sim. 1876.
D. fuscus Sim. 1876. - Adi Cale 2 9. Verbreitung: Sansibar, Kilimandjarogebiet.
Stegodyphus Sim. 1873.
St. mimosarum Pavesi 1883. - Adi Caié 2 2. Verbreitung: Abessinien, Ostafrika, Durban, Guzerat.
Fam. AGELENIDAE. Agelena Walck. 1805.
A. dubiosa Strand 1908. - Adi Cai’ 2 9. Verbreitung: Abessinien.
Fam. PISAURIDAE.
Tetragonophthalma Karsch 1878.
T. simoni Lessert 1916. - Adi Ugri I 4. Verbreitung: Kilimandjarogebiet, Kongo.
Fam. LYCOSIDAE. Hogna Sim. 1885.
H, andreinii sp. nova.
@ Der Cephalothorax ist 8,2 mm. lang, 6 mm. breit, braun, mit gelber Mittelbinde und gelben Randbinden. Die Mittelbinde ist bei der Rückenfurche verbreitert, die Randbinden sind zackig abgegrenzt. Die vorderen Mittelaugen sind grösser als die vorderen Sei- tenaugen. Die Mandibeln sind braun, dicht weiss behaat. Das Sternum ist gelb. Die Beine sind einfarbig geib- braun; nur die Tibien des 3 und 4. Beinpaares zeigen einen braunen Basalring und einen braunen Endring. Die Bestachelung ist normal. Das Abdomen ist 10 mm.
| lang, 6 mm. breit, dorsal gelblich gefärbt; in der Ba- Fig. 1. — Hogna andreinii. salhälfte befindet sich eine jederseits zweizackige schwar- Ban, zbraune Mittelbinde, welche bei den letzten Zacken abgegrenzt. Die Ventralseite ist gelblich; an der Geni- — talfurche bildet die braune Behaarung eine schmale Querbinde. Die Platte der Epigyne ist dreiteilig. Der schmale Mittelteil ist deutlich sichtbar, die Seiten- teile sind durch die dichte Behaarung verdeckt. Fundort: Adi Ugri I 9.
SPINNENFAUNA VON ERYTHRAEA Ì SE 19
Aus Abessinien sind die Weibchen folgender Hogna - Arten bekannt: H. radiata (Latr.), H. manicola (Strand), H. pulla (ösenb. & Lenz), H. pulloides (Strand), H. hirsuta (Bösenb. & Lenz), H. scopulitibiis (Strand), H. illegalis (Strand), H. schweinfurthi (Strand) und H. raffrayi (Sim.).
Die neue Art ist durch die Gestalt der Epigyne geniigend charakterisiert.
H. radiata (Latr.) 1817. - Adi Caié 3 2, Adi Ugri 2 9, Assaorta 3 9, Az- Teclesan: 1 ©. Verbreitung: Mittelmeergebiet, Südrussland, Kaukasus, Zentralasien, trop. Afrika.
Trochosa C. L. Koch 1846.
Tr. urbana Cambr. 1876. - Dacanamo 19, Adi Caié 1 ©. Verbreitung: Nord-und Zentralafrika, Abessinien, Sudan, Uganda, Ara- bien, Seychellen, Madagaskar, St. Helena, Indien.
Lycosa Latr. 1804.
L. venatrix Luc. 1846. - Adi Caie 1 gd: Adi. Deri. 179, Saganeiti fe 2. Verbreitung: Spanien, Nordafrika, Abessinien, Irak, Indien.
Fam. ZODARIIDAE. Cithaeron Cambr. 1872.
C. limbatus (Sim.) 1885. - Adi Caié 1 2. Verbreitung: Nordafrika, Indien.
Fam. THERIDIIDAE. Lithyphantes Thor. 1870.
L. paykullianus (Walck.) 1805. - Adi Caié 3 9, Chenafenà 1 9, Az-Teclesan 2 9. Verbreitung: Mittelmeergebiet, Turkestan, Zentralafrika, Abessinien.
Latrodectus Walck. 1805.
L. cinctus Blackw. 1865. - Adi Caié I 2. Verbreitung: Südafrika, Ostafrika, Abessinien. L. tredecimguttatus var. lugubris Duf. 1820. - Adi Caié 11 2, Adi Ugri, 2 9, Saganeiti 10 9. Verbreitung: Mittelmeergebie, Osteuropa, Zentralasien, Arabien, Abes- sinien, Sokotra, St. Helena. L. geometricus C. L. Koch 1841. - Ghinda 1 2. Verbreitung: Kosmopolit.
Steatoda Sund. 1833.
St. bipunctata (L.) 1758. - Enda-Abba-Mata 1 2. Verbreitung. Europa, Sibirien.
Fam. ARGIOPIDAE. Cyrtophora Sim. 1864.
C: eitricola (Forskal) 1775. - Adi Ugri I 2.
Verbreitung: Mittelmeergebiet, Afrika, Arabien, Indien, Malakka.
20 | | E. REIMOSER
Argiope Audouin 1827.
A. trifasciata (Forskal) 1775. - Adi Ugri 1 ¢, 1 2, Mai-Mefales I ©. Verbreitung: Kosmipolit.
Aranea L. 1795.
A. dalmatica (Dol.) 1852. - Ghinda 1 2. Verbreitung: Mittelmeergebiet, Abessinien.
A:lunulifera sp. nova.
2 Der Cephalothorax ist 5 mm. lang und 4 mm. breit, rötlichbraun, mit hellen Radiallinien. Die vordere Augenlinie ist gerade. Das Mittelaugenfeid ist länger als breit, vorne breiter als hinten. Mandibeln und Sternum sind einfarbig gelbbraun. Taster und Beine sind bräunlichgeib. Der Femur des 2 Beinpaares zeigt ventral keine Stachelreihe. Die Tibia des 1 Beinpaarea hat ventral innen 6, aussen 11 Stacheln. Der Metatarsus des 4 Beinpaarea hat ventral am Ende 2, dann noch 3 hinter einander stehende Stacheln mit gekrümmter Spitze. Der Tarsus des 4 Beinpaares besitzt ventral ausser dem Spinn-Stachel noch 2 Sta-
cheln mit gekrümmter Spitze. Das eiförmige Abdomen ist 7 mm. lang und 6 mm. breit, dorsai bleichgelb gefärbt. Zwischen den etwas hervortretenden Schultern verläuft eine braune Bogenlinie; an den Seiten befinden sich jederseits 4 kurze braune Querlinien. In der Endhälfte sind 4 parallele braune Längslinien. Auf der Dorsalseite bemerkt man ausserdem noch viele braune Borsten tra- gende Höckerchen. Die Ventralseite ist schwarzbraun, Fig. 2. — Aranea lunulifera. mit 2 weissen Längsbiden. Die Epigyne ist ungefähr so Epigyne. A : A 2 si iz breit als lang. Die beiden inneren Längswülste stossen in der Mitte zusammen. Der Endwulst ist halmondför- mig, an den Enden spitz.
| Fundort: Monti Dongello 1 9.
Die neue Art reiht in die Gruppe À. suedicola (Sim.), von welcher aus Abessinien die Weibchen folgender Formen bekannt sind: A. striata (Bösenb. & Lenz), A. streptoceros (Pocock), A. parcymbifer Strand, A. confusionis Strand.
Sie unterscheidet sich hauptsächlich von den angeführten Arten durch die Form und den Verlauf der Wülste an der Eqigyne, insbesonders durch den halbmondförmigen Endwulst.
Tetragnatha Latr. 1804.
T. nitens (Aud.) 1827. - Sabarguma 1 64. | Verbreitung: Mittelmeergebiet, Afrika, Australien, Neu-Caledonien, Neu- Seeland, Marquesas.
Leucauge White 1841.
L. festiva (Blackw.) 1866. - Adi Ugri 1 3, Monti Dongollo 1 4, 19, Mai- Mefales: 1: 9° Verbreitung: Trop. Afrika.
| Die Metatarsen des 1 und 2 Beinpaares
SPINNENFAUNA VON ERYTHRAEA © ; 21
Fam. CTENIDAE. Ctenus Walck. 1805.
Ct. maculivulva sp. nova.
@ Der Cephalothorax ist 13 mm. lang und 10,5 mm. breit, einfarbig rot braun. Die Mandibeln sind braun, spärlich mit kurzen weissen Haaren und langen rötlichen Borsten besetzt. Sternum, Taster und Beine sind einfarbig rotbraun. Die Tibia des 1 Beinpaares besitzt ventral 5 Paar Stacheln und lateral innen 1 Stachel.
besitzen ventral 3 Paar Stacheln, aber kei- nen Endstachel. Das Abdomen ist 14,5 mm. lang und 8 mm. breit, dorsal hell braungelb, dicht besetzt mit kleinen weissen Flecken; jederseits stehen 3 schwarzbraune Flecken und im Endteile eine braune Querlinie. Die Epigyne ist quer elliptisch, doppelt so breit als lang, braunrot und zeigt vorne jederseits einen schwarzen runden Flecken.
Fundort Adi Cadé 1.9: Aus Abessinien sind die Weibchen folgender Arten bekannt: Ct. ery- throchelis Sim., Ct. potteri Sim., Ct. biprocessus Strand, Ct. clariventris Strand,
Ct. nigrotriangulatus Strand. Von ihnen unterscheidet sich die neue Art vor- nehmlich durch die Gestalt der Epigyne.
Fig. 3. — Ctenus maculivulva. Epigyne.
Fam. ZOROPSIDAE. Zoropsis Sim. 1878.
Z. spinimana (Duf.) 1820. - Monti Dongollo I 2. Verbreitung: Mittelmeergebiet.
Fam. SPARASSIDAE.
Eusparassus Sim. 1903.
Eu. walckenaerius (Aud.) 1827. - Assaorta 1 ®, Elghena 7 2.
Verbreitung: Nordafrika, Kleinasien, Syrien, Irak, Karakorum, Abessinien, Sudan, Meru, Seychellen.
Fam. THOMISIDAE. Thanatus (. EL. Koch 1857.
Th. rubicundus L. Koch 1875. - Adi Caié 2 9, Adi Ugri 1 9. Verbreitung: Abessinien, Somali, Ostafrika.
22 | | E. REIMOSER
Tibellus Sim. 1875.
T. punctifasciatus Strand 1906. - Monti Dongollo 1 9. Verbreitung: Abessinien.
Monaeses Thor. 1870.
M. pustulosus Pavesi 1895. - Adi Ugri I 4. Verbreitung: Abessinien, Kilimandjarogebiet, Kongo.
Diaea Thor. 1870.
D. mutabilis Kulcz. 1901. - Monti Dongollo 1 &, 1 2. Verbreitung: Erythraea. Synaema Sim. 1864. S. diana (Aud.} 1827. - Massaua 1 2. Verbreitung: Aegypten, Arabien, Syrien.
Xysticus C. L. Koch 1835.
X. aethiopicus L. Koch 1875. - Assaorta I 2. Verbreitung: Abessinien. Fam. SELENOPIDAE. Selenops Latr. 1819.
S. radiatus Latr. 1819. - Adi Caié 1 2, Saganeiti 1 9, Chenafena 1 2, Mai- Mefales 2 2, Assaorta 1 9. Verbreitung: Mittelmeergebiet, trop. Afrika, Arabien, Indien, Birma. Fam. GNAPHOSIDAE.
Berlandina Dalmas 1922.
B. plumalis (Cambr.) 1872. - Adi Caié 2 2. Verbreitung: Mittelmeergebiet, Ost- und Westafrika, Arabien, Turkestan, Karakorum, Indien, Birma.
Nomisia Dalmas 1920.
N. simplex (Kulcz.) 1901. - Adi Caié 2 ©. Verbreitung: Erythraea.
Haplodrassus Chamberlin 1922.
H. omissus (Cambr.) 1872. - Adi Caié 1 2. Verbreitung: Aegypten, Palaestina.
Xerophaeus Purc. 1907.
X. corruscus (L. Koch) 1875. - Adi Caié 1 9. Verbreitung: Abessinien, Ostafrika, Arabien.
bile Ie peste”
SPINNENFAUNA VON ERYTHRAEA 23
Zelotes Gistel 1848. Z. andreinii sp. nova.
2 Der Cephalothorax ist 3 mm. lang und 2,5 mm. breit, dunkel rotbraun. Mandibeln und Sternum sind heller rotbraun. Taster und Beine sind hell braunrot. Die Femoren, Patellen und Tibien des 1 und 2. Beinpaares sind dunkler. Die Metatarsen des 1 Beinpaares zeigen ventral ein Paar Basal- stacheln und eine dichts Scopula. Die Tibien des 1 und 2 Beipaares sind ventral stachellos. Das Abdomen ist dorsal einfarbig gelbgrau, ventral braunlichgelb, mit 2 feinen braunen Längslinien. Die Platte der Epigyne ist so lang als breit. Ihr Mittelfeld (Areola) ist hinten ahnlich begrenzt wie bei Z. electus. Die dunklen Kreise deuten die Gestalt und Stellung der Samentaschen an. US en,
Fundort: Ghinda 1 ©. 7 | Epigyne. |
Aus Abessinien sind die Weibchen folgender | Arten bekannt: Z. rothschildi (Sim.), Z. ravidus (L. Koch), Z. cordigerus (L. Koch), Z. setigerus (L. Koch), Z. mediocris (Kulcz.), Z. abbajensis (Strand), Z. albobivittatus (Strand), dalotensis (Strand), Z. dorsiscutatus (Strand), Z. multidentatus (Strand), neumanni (Strand), schoaensis (Strand).
Die neue Art ist hauptsächlich durch die Gestalt der Epigyne gekenn- zeichnet.
Fam. CLUBIONIDAE. Corinna C. L. Koch 1842. C. sanguinea Strand 1906. - Adi Ugri I 2, Saganeiti 1 2. Verbreitung: Abessinien.
Fam. SALTICIDAE. Pachyballus Sim. 1900.
| P. variegatus Lessert 1925. - Adi Ugri I 4. Verbreitung: Kibonoto.
Phlegra Sim. 4876.
Ph. bresnieri (Luc.) 1846. - Saganeiti 1 ¢. Verbreitung: Mittelmeergebiet.
Hyllus C. L. Koch 1846.
ventrilineatus Strand 1906. - Massaua 1 3. Verbreitung: Abessinien, Sudan, Kilimandjarogebiet, Südafrika.
Thyene Sim. 1885.
Th. imperialis (W. Rossi) 1847. - Adi Ugri 1 9. o Verbreitung: Mittelmeergebiet, Abessinien, Arabien, Indien, Birma, Java.
Verbreitung: ‘ Abessinien, Ostafrika.
i È "1 AV À = P kr
F am. nn DAE. Xestaspis Sim. 1884.
. recurva Strand 1906. - Saganeiti 5 dc Verbreitung: Abessinien.
#3 pow, . J ui 4
Fam. PRODIDOMIDAE. Prodidomus Hentz 1847.
. robustus Dalmas 1918. - | Adi Caié 1 2 Verbreitung: Erythraea.
29
Dr. GIAN MARIA GHIDINI
(Istituto di Zoologia - R. Università di Pavia - Dirett. Prof. C. Jucci)
I REALI DI TERZA FORMA IN RETICULITERMES LUCIFUGUS Rossi
(Isoptera-Termitidae)
Ho avuto recentemente la possibilità di esaminare alquanto materiale di . Reticulitermes lucifugus Rossi e su questa specie ho in corso una serie di espe- rienze di cui spero dar relazione quanto prima. |
Ma la mia attenzione si è fermata fin d’ ora su alcuni individui sessuati formatisi negli allevamenti di cui dispongo e che secondo la classificazione degli AA. americani sarebbero i così detti reali di III forma, quelli cioè non presentanti traccia di abbozzi alari perchè derivanti da forme larvali attere.
Questi individui sono quindi facilmente distinguibili dai reali di II forma che derivando da ninfette con brevi accenni alari conservano tali formazioni; i reali di I forma sono invece i reali veri pigmentati, derivanti da un adulto sciamante che ha perduto le ali.
Varie ipotesi sono sorte per spiegare la presenza di questi differenti ses- suati nelle colonie sia del Calotermes quanto del Reticulitermes ed altre forme affini, ed esse sono raggruppabili in una corrente sostenuta dagli AA. americani secondo i quali la presenza dei sessuati è dovuta ad estrinseci fattori ereditari, ed in una seconda corrente sostenuta dagli AA. italiani per i quali invece l'apparire delle varie forme dipenderebbe da fattori estrinseci, quali la nutri- zione e le cure particolari di cui sono fatti oggetto alcuni individui da parte degli altri rappresentanti della colonia.
Per i primi dunque tutti i reali sarebbero forme adulte, mentre per i secondi i reali veri sarebbero solo quelli da alati mentre gli altri sono considerati come individui neotenici in cui lo sviluppo somatico abbia subito un arresto a completo vantaggio delle gonadi.
Mi sembra che a questo riguardo una notevole importanza possa presen- tare lo studio morfologico e biometrico di ciascuna di queste forme per il fatto che se l’ indagine diretta in questo senso mostra una notevole costanza di dati, ciò potrà essere un argomento per sospettare che le diverse forme sono oggi ereditariamente fissate e quindi costanti; ma se al contrario dovessimo riscon- trare delle notevoli oscillazioni e delle variazioni morfologiche di una certa importanza non riportabili a curve di variazione attorno a valori modali ben distinti, sibbene attestanti una variabilità continua, dovremmo arguire che i diversi fenotipi sono geneticamente uguali e che la gamma di variazioni in essi riscontrata è l’ espressione di quelle differenze che avremmo potuto notare nei diversi stadi in cui forme larvali hanno iniziato, sotto la spinta di fattori estrinseci, la loro carriera di sessuati.
E’ appunto scopo di questo scritto, che vuol essere solo una nota preven- tiva ad un ampio lavoro biometrico, fissare alcuni dati fondamentali riguar-
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danti gli individui reali di III forma, quelli del resto di cui meno si conosce, mentre sono proprio i più interessanti perchè più profondamente si 0 dalle forme normali riproduttive.
Il materiale che ho potuto esaminare oltre ad un interesse per così dire intrinseco ha anche quello di essere stato ottenuto da allevamenti.
Il Prof. Jucci in una recente comunicazione ha messo in risalto come Reticulitermes lucifugus a differenza dell’ altra specie italiana, Calotermes flavicollis, richieda cure particolari per essere mantenuto in piccole colonie entro tubi da saggio. E questa difficoltà spiega come scarse siano le notizie biologiche che tutt’ ora si hanno su questa specie, tanto più scarse se le con- frontiamo con quelle raccolte per Calotermes.
Ma ultimamente buona parte delle difficoltà sono state superate usando particolari accorgimenti. Io ho ottenuto, dietro consiglio del Prof. Jucci, risul- tati ancor migliori adottando tubi Oshima.
Questi tubi sono confezionati in modo da poter mantenere per lungo tempo un certo grado di umidità e di facilmente realizzarlo quando per evapo- razione si sia eccessivamente abbassato. E’ bene usare tubi da saggio lunghi circa 20 cm. con un piccolo foro al fondo; dopo aver introdotto un batuffolo di ovatta che, leggermente compressa, fa da tampone al forellino terminale, si aggiungono 4-5 cm. di sabbia silicea; immergendo il fondo del tubo in un bic- chiere d’acqua questa imbeve presto |’ ovatta e la sabbia; tale umidità sarebbe però eccessiva per cui io uso, soffiando dall’ apertura superiore, scacciare l’ eccesso d’ acqua attraverso il foro terminale, lasciando sabbia ed ovatta appena inumidite.
Facendo in questo modo si ha il vantaggio di ottenere in tutti i tubi pressapoco lo stesso grado di umidità; dal colore della sabbia poi ci si può ben accorgere quando sia necessaria una seconda simile operazione. Introducendo poi qualche pezzetto di legno si ottengono provette pronte per ricevere pic- cole colonie di lucifugus. E’ bello vedere come appena introdottivi alcuni indi- vidui essi si industriino a scavar nella sabbia piccole gallerie il cui materiale di riporto viene utilizzato per costruire setti trasversali, a delimitare piccole cavità attorno al legno che spesso viene circondato lungo tutta la sua base da uno zoccoletto cui credo poter attribuire una funzione idroconduttrice.
L’ unico guaio che ancor resta da vincere è dato dalle muffe. Per umidità eccessiva, a partire dal legno o dal cadavere di qualche individuo, è facile che nelle provette si sviluppino dei miceti che portano alla distruzione di tutta la colonia spesso in poco tempo. Ma recentemente la Prof. L. Gianferrari mi ha consigliato un prodotto ch’ ella usa per impedire le muffe nei terreni a Droso- phila: la Nipagina che come mi è stato detto è assolutamente innocua. Spero perciò con l’introduzione di quest’ ultimo espediente di riuscire ad eliminare anche questa difficoltà, per quanto non sia da ritenere che le termiti non pro- curino da sè a difendersene. Ho fatto in merito anzi alcune osservazioni che sembrerebbero dimostrare come esse facciano il possibile per impedire lo svi- iupparsi di funghi nell’ ambiente che abitano.
Quando limiti di spazio lo permettevano e cioè in colonie di maggiori dimensioni in tubi più larghi, ho ripetutamente notato che attorno ad individui morti vien depositata una notevole quantità di sabbia che seppellendoli impe- disce anche ai miceti che si formano di estendersi ed invadere la colonia. Pari-
AG PEA - ‘ » =< n We A
REALI DI {Il FORMA IN R. LUCIFUGUS 27
‘menti ho visto seppellire con una rapidita sorprendente altri animaluzzi che
io, per scopi che avrò altra volta modo di illustrare, avevo introdotti in grosse colonie: tali una piccola iarva di Bombyx ed un Iulus. Non ho notato alcuna speciale importanza nella maniera di chiudere 1
tubi; sia che vengano tappati con sughero in cui una incisione lateraie a trian-
golo permetta il ricambic dell’aria, sia che vengano chiusi con una rete metal- lica o lasciati completamente aperti, sempre la colonia ha modo di ben sussi- stere qualora possa rapidamente scavarsi delle gallerie in cui certo si realiz- zano tutte quelle condizioni di aereazione, umidità, protezione alla traspira- zione etc., senza le quali rapidamente la più florida delle colonie imbozzacchisce e muore. Naturalmente nelle provette senza tappo |’ evaporazione delle riserve idriche è più rapida e occorre allora una più serrata sorveglianza degli alleva- menti perchè questi non si essicchino compromettendo in pochi giorni la fatica di lunghi mesi.
Come dicevo dunque avanti questa breve disgressione, che ho ritenuto opportuno fare, prima d’ora gli allevamenti di R. lucifugus non erano mai riusciti in tubi da saggio per periodi lunghi più di qualche mese; tuttavia le forme che io verrò descrivendo erano già state osservate in natura da quel grande naturalista che fu Battista Grassi.
In ben dieci colonie fondate dal Prof. Jucci tra l’ aprile e il giugno del 1936 cen popolazione varia di lucifugus, ma senza reali, sono stati trovati nel gennaio di quest’ anno individui che per quelle caratteristiche che verrò descri- vendo furono interpretati come giovani forme riproduttive.
Interessante è il fatto che ogni colonia non contava mai più di una coppia di detti individui; in due sole provette non ne fu trovato che uno ed io sono propenso a ritenere che in esse I’ individuo mancante fosse morto o non ancora differenziato e perciò non facilmente distinguibile ad un esame macroscopico.
L'importanza di questi reperti non è tanto nel formarsi degli individui prima citati quanto nella costanza del loro numero per ogni singola colonia, costanza che induce a ritenerli non come risultato evolutivo di forme determi- nate e preesistenti, dovute quindi a fattori intrinseci, ma come risultato di un complesso di fattori estrinseci correlati all’ intima costituzione della colonia. E’ ostico pensare, e il calcolo della probabilità ne giustifica la ragione, che fondando otto colonie con individui presi a caso, in ognuna di esse possano essere immessi soltanto e sempre due individui indifferenziati riproduttori e non un numero nè maggiore nè minore.
E questo risultato fa sì che io mi associ a quanto recentemente il Grassé (1937) obiettava, perchè mi sembra non possa facilmente conciliarsi con la teoria inibitoria ingeniosamente formulata dal Pickens (1932) e a cui sem- brano dar conforto alcuni reperti di Castle (1934).
Secondo la teoria della inibizione, com’ è noto, i reali avrebbero la pro- prietà di segregare una sostanza, che distribuita a tutti gli altri membri della colonia grazie alla loro abitudine di leccarsi, pulirsi, mordicchiarsi l’ uno con l’altro, avrebbe la proprietà di arrestare in loro lo sviluppo delle gonadi. Venendo a mancare i reali, cesserebbe anche l’azione inibitrice ed ecco che, presupposti tutti gli individui potenzialmente riproduttivi, le gonadi di questi riprenderebbero il loro sviluppo. Tanto il Grassé quanto io restiamo perplessi
28 en . G. M. GHIDINI
sul costante apparire di solo due individui reali in ogni colonia, per quanto il Castle voglia spiegare il fatto ammettendo che nelia massa della popolazione vi siano alcuni individui con organi sessuali piü sviluppati che altri, e che pro- prio questi siano i primi a raggiungere quella maturità sessuale che deter- mina la ripresa della funzione inibente prima esercitata dai loro predecessori.
Per quanto seducente possa essere la teoria dell’ inibizione, io sono poco propenso a credere che proprio in tutte le otto colonie vi fossero singolar- mente due individui in ognuna con gonadi più sviluppate che altri; almeno se non si vuol ammettere che in À. lucifugus, tenuto in queste condizioni di alle- vamento, non vengano distrutti i sessuati sovrabbondanti, come del resto potreb- besi sospettare tenendo presenti le osservazioni di Grassi, che avrebbe visto in Calotermes dei veri banchetti di carne reale. Se così non fosse bisognerebbe forse supporre che la popolazione di una colonia abbia capacità di frenare o di esaltare con mezzi ancora non chiari lo sviluppo degli organi sessuali di alcuni suoi componenti.
Come ho detto, il materiale che mi fu possibile esaminare fu ottenuto orfanando le singole colonie, tutt’ ora viventi, con il prelevarne le forme ses- suate. E’ interessante in proposito osservare che in colonie orfanate, ogni qual volta in esse appaiano reali di sostituzione, il tempo fra I’ apparire delle singole coppie dovrebbe, vera essendo la teoria dell’ inibizione, essere sempre minore per il fatto che l’azione inibente delle nuove coppie non avrebbe tempo di agire e perciò le gonadi dei vari individui avrebbero nel ioro sviluppo una sempre maggiore accelerazione. Ho in corso alcune esperienze per confortare o meno questa ipotesi |
Non è facile distinguere a prima vista i giovani reali di sostituzione, ma con i’ aiuto di una lente e con un poco di pratica si riesce ad individuarli con rapidità facendo tesoro di alcuni caratteri comuni a tutti i reali di sostituzione o di complemento.
Riporto a questo riguardo quanto in proposito descrive il Grassi nella sua opera sulla costituzione e sviluppo della società dei termitidi.
I reali di sostituzione o di complemento «raramente superano la lun- ghezza di 11 mm., quelli poi che non hanno traccia di ali quasi mai arrivano a una lunghezza superiore a 6-7 mm..
Gli individui che hanno principio di ali trovano riscontro nelle larve con la testa piccola; il loro pronoto con la sua forma particolare, più facilmente rilevabile da una figura che da una minuta descrizione, li distingue senz’ombra di dubbio dagli operai. Volendo precisare, dirò che il principale carattere del pronoto degli operai è un restringimento all’ indietro che manca negli individui in discorso. Anche gli angoli anteriori sono nell’ operaio molto più smussati e il margine posteriore è quasi rettilineo, mentre presenta un evidente rien- tramento negli individui di cui parlo.
Il corpo è in generale di un colore giallognolo come di carta vecchia, talvolta quasi giallo tendente al dorato. La testa è giallo dorato scuro, cogli occhi composti bruni, i quali mancano perd, l’ ho già notato, negli individui senza traccia di ali. In molti individui che sono più vecchi, noto delle regioni
REALI DI III FORMA IN R. LUCIFUGUS 29
molto estese di color bruno seppia ad occhio nudo e che esaminate al micro- scopio, mostransi gialle picchiettate di macchioline nere; esse sono le seguenti:
1) Terghi toracici e addominali .....
2) Parti laterali delle sterniti addominali ..... 3) Pleure toraciche.
4) Porzione prossimale delle zampe.
E’ interessante di osservare che individui del tutto giallognoli hanno alle volte un principio d’ ali più sviluppato di quello di individui con regioni brune, non ostante che questi ultimi siano più vecchi, come dimostrano lo sviluppo dell’ addome e la loro storia.
L’ accenno delle ali è bianco sporco e presenta abbondanti trachee, di- sposte come nelle ali interamente sviluppate.
Dappertutto si notano peli eccetto agli intersegmenti. Come ho già detto, i peli dell’ addome, in complesso più lunghi e diretti trasversalmente, distin- guono questi individui da quelli che hanno acquistato ali interamente svilup- pate. Nelle femmine mancano sempre le appendici genitali.
I peli suddetti dell addome e le macchioline nere formano una nota caratteristica in confronto con gli individui dalle ali interamente sviluppate. Notisi che questi ultimi diventano neri colorandosi uniformemente, cioè senza presentare prima le macchioline caratteristiche degli individui di sostituzione o di complemento.
Il numero degli articoli delle antenne negli individui reali in discorso varia da individuo a individuo e talvolta anche da antenna ad antenna. Certi individui ne hanno quattordici, altri quindici, sedici o diciasette, di solito però meno di diciasette. In nessun caso le antenne sono intiere come dimostra lo studio dell’ ultimo articolo e anche del terzo e del quarto.
Si noti che ho trovato regine senza traccia di ali e con le antenne di 16 articoli evidentemente tronche alla sommità; dalle condizioni del terzo e del quarto si doveva indurre che queste antenne avrebbero posseduto diciotto _ articoli se fossero state intatte.
In conclusione nessuno degli individui in discorso possiede antenne intatte ».
A questi caratteri vi è da aggiungere la costante presenza di ammassi adiposi cefalici come nappette a forma pressapoco di triangolo isoscele con base anteriore e disposte a ventaglio slargato in avanti. Sono sempre in numero di tre, due ai lati della testa ed una mediana, insinuantesi fra i muscoli masti- catori. Data la forma pressochè costante di queste nappette adipose, non sono esse da confondersi con masse simili di grasso ricco di urosferiti presenti in quasi tutti gli individui di una colonia e disposti irregolarmente sia nel capo che nell’ addome e tanto più evidenti quanto più un individuo è prossimo a mutare.
Nelle due fotografie originali (tav. I, fig. 1, 2) queste nappette adipose sono molto ben evidenti nettamente trasparendo dalla soprastante chitina della capsula cefalica. |
30 G. M. GHIDINI
Riassumendo, i giovani reali di sostituzione deila così detta III forma in R. lucifugus si riconoscono:
1°) per una colorazione caratteristica giallo avorio dell’ addome; 2°) per la presenza di pubescenza assai robusta e lunga inserita per-
pendicolarmente sui tegumenti e non coricata come ad es. nelle ninfe di I forma; |
3°) per l’assenza di accenni alari ai noti meso- e metatoracico;
4°) per i’ assenza di occhi pigmentati;
5°) per la presenza di evidenti nappette adipose nella testa, nella forma e disposizione descritte.
Oltre a questi caratteri fondamentali, ne esistono altri secondari quale la forma slanciata dell’ addome, |’ assenza di materiale legnoso nell’ intestino e ja sottigliezza della chitina della capsula cefalica. E’ solo quando i reali diventano adulti che i tegumenti cominciano a picchiettarsi di pigmenti gra- nulari gialli accumulantisi in ghiandole unicellulari ipodermali (adenociti ipo- dermali), pigmenti che caricano pure le cellule pericardiali dove aumentano in numero ed in grandezza di pari passe con l’ invecchiare dell’ individuo. Tale pigmento, com’ è noto, è stato interpretato dal Prof. Jucci come prodotto escre- tizio (ptialurico) originantesi « negli attivi processi di ricambio delle ghian- dole sessuali come residuo inutilizzabile dei materiali assunti per 1’ elabora- zione deutoplasmatica. Dall’ ovidotto dove confluisce pei calici dei rispettivi ovarioli, questo prodotto finale del ricambio passa nel circolo, viene assorbito ed elaborato dalle cellule pericardiali e riversato nuovamente nell’ emolinfa, è scaricato dalle ghiandole ipodermali nei tegumenti e filtrato dai tubi malpi- ghiani per 1’ escrezione all’ esterno ».
Potrebbe darsi (e sarebbe anzi molto interessante verificarlo) che la messa in circolo di tali prodotti ptialurici sia assai precoce per cui data la presumibile finezza dei depositi, ad essi debbasi attribuire quella diffusa colorazione giallo crema caratteristica dei giovani reali e di cui più sopra si è parlato.
L’ assenza di accenni alari nei così detti neotenici di III forma sarebbe una loro caratteristica principale, ma questo carattere non è costante. La fig. 2. mostra un sessuato di supplemento che presenta evidenti accenni alari al meso- noto con minuscoli abbozzi anche al metanoto. Dovrebbe per la presenza di essi essere considerato come un neotenico di II forma derivante da una ninfa a brevi accenni alari, ma non esistono ninfe finora conosciute che abbiano una così profonda differenza di sviluppo fra gli abbozzi anteriori e quelli posteriori ed in più i reali della così detta II forma derivanti da ninfe con brevi accenni alari hanno occhi pigmentati, carattere che manca invece a questo individuo. Non è privo di interesse aggiungere che questo esemplare ad un esame della colonia fatto il 21-1-1937 viveva con cinque ninfe ad accenni alari brevi e si presentava con addome gialliccio, pubescente, nappette adipose nella testa ed accenni alari non riconoscibili. Il 20 - V -’37 sono presenti ancora le cinque ninfe e il neotenico è quello fotografato. Come appare esso ha subìto un ulte- riore sviluppo somatico almeno per quanto riguarda gli astucci alari e ciò in contrasto con quanto si poteva presumere che cioè all’ inizio della carriera sessuata avvenisse un arresto definitivo e completo dello sviluppo somatico, ogni energia essendo assorbita dal metabolismo delle gonadi; ed in contrasto.
‘REALI DI III FORMA IN R. LUCIFUGUS | 31
anche con ie vedute degli autori americani secondo i qual L'reair die, HI forma corrispondono ad individui morfologicamente fissi e ben distinti fra loro.
Thompson e Snyder (1920) hanno studiato una specie americana, R. flavipes, affine alla nostra, con particolare riguardo ai reali di III forma, ma non parlano assolutamente di forme intermedie ed è strano che essi, pur avendo analizzato abbondante materiale, non ne abbiano riscontrato. In questo loro lavoro del resto è evidente lo sforzo di valorizzare tutti quei caratteri atti a meglio definire una forma dall’ altra (operaio-sessuato) dotando ognuna di un proprio corredo di peculiarità morfologiche sì da farle effettivamente apparire come caste distinte.
Sono costretti a confessare che «The early development of the third- form nymphs (under 4 mm.) has not been traced. Their resemblance to the nymphs of worker is so close that it would be very difficult to recognize one from the other in early stages in which the adult characters necessary to distin- guish them have not vet appeared ». Sono però convinti che « detailed study, however, may develop means for distinguishing the very youngest nymphs of these two castes ».
E più avanti ancora riscontrano, senza pertanto discutere l’ osservazione, che nel giovane adulto di III forma «the mature sex organs are smaller than in the first or second forms, though larger than these of the worker». Dato che nelle dimensioni delle gonadi troviamo un graduale aumento passando dall’operaio al reale vero o di prima forma, mi sembra naturale e spontaneo il pensare che, necessità imperando, vengano assunte dalla colonia forme in cui le gonadi erano allo stadio atrofico ed avviate alla carriera sessuata, ma in cui gli organi riproduttori sia per quell’ atrofia in cui prima si trovavano sia per un’ obbligata maggiore velocità di sviluppo non possono raggiungere le normali dimensioni.
Passo alla descrizione delle forme neoteniche ottenute nei miei alleva- menti, ma anzichè descrivere minutamente ogni singolo individuo reputo oppor- tuno scegliere per ora quelli che morfologicamente rappresentano gli estremi della notata variabilità riservando, come ho detto, ad altro studio una più completa analisi biometrica.
| ESEMPLARE A (tav. I, fig. D).
Misura in lunghezza mm. 6,5.
Capo lungo circa quanto largo comprendendo il margine anteriore del labro superiore. Distanza dal margine anteriore della fronte al margine poste- riore del capo, inferiore al diametro trasverso. Margini fortemente arcuati, quasi circolari. Superficie convessa, senza affossamento fontenellare, angoli anteriori della fronte intensamente gialli, molto) chitinizzati. Occhi assenti, assolutamente invisibili nell’ esemplare non colorato. Tutto il capo è coperto da pubescenza fitta e robusta disposta irregolarmente e costituita da peli inse- riti perpendicolarmente alla superficie. Clipeo subtrapezoidale a margine ante- riore finemente chitinizzato e alquanto rilevato, con due lievi bozze basali separate da un ieggero solco longitudinale; sei setole lunghe dirette anterior- mente davanti a dette gibbosità, tre per parte; un’altra ad ogni lato sul mar- gine esterno di questi rilievi. Ai lati della fronte si inseriscono le antenne in. due ampie fossette articolari; esse sono lunghe, slanciate, ad articoli tutti pube-
32 | G. M. GHIDINI
scenti; presentano 16 articoli sia a destra che a sinistra; la pubescenza è data da setole lunghette disposte a corona distale sui primi quattro articoli, presenti anche medialmente negli articoli seguenti; dal quinto articolo in poi esiste anche una pelosità sempre più fitta sull’ estremità degli articoli; ultimi articoli giallognoli. Il terzo articolo è breve, ma ben delimitato. Indice (larghezza - lunghezza):
061; H— 0,885 HT = BY: av 220945 V. = 1,55, VE 1920 VH “coaretto? VIIL id: 0, 3 I DB Xb 0,79: XII — 33046; XUI coartato; XIV id: XV = 0,66: XVI = 0,60.
Labbro superiore subtriangolare a lati rotondati, convesso, alquanto inca- vato lungo la linea sagittale; presenta quattro lunghe setole: un paio di anteriori ravvicinate, le posteriori più staccate.
Mandibole robuste, fortemente chitinizzate; la destra (fig. 2) con due forti denti apicali, un dentino intermedio a questi e forte mola alla base; la sinistra
1 2 “Ra 4 Reticulitermes lucifugus Rossi, Q » reale di III forma 1. Mandibola sinistra. — 2. Mandibola destra. — 3. Mascella sinistra. — 4. Palpo labiale
e subgalea.
(fig. 1) con quattro denti apicali di cui i primi tre, subeguali, hanno la stessa direzione mentre il quarto è alquanto divergente, mola piccola rotondeggiante.
Mascelle (fig. 3) con cardine quasi rettangolare e leggermente arcuato con due robuste setole; margine mediale più fortemente convesso e glabro. Palpi di quattro articoli portati da un breve ma robusto palpifero munito di alcune setole (3 esterne, 1 interna); articoli dei palpi slanciati, il primo con
tre o quattro setole soltanto, gli altri con una pubescenza assai più abbon-
RR ety ; SE | FRERE v5 . ‘ ~ u
REALI DI III FORMA IN R. LUCIFUGUS 33
dante, sparsa e abbastanza lunga. Indice degli articoli dei palpi (lunghezza - larghezza):
Palpilere = EB PSO es 2 28) 1 TN =" DS
Secondo articolo dei palpi più lungo del primo, quasi cilindrico, terzo claviforme lungo quanto il quarto, che presentasi subellittico con un’ areola sensillare esternamente all’ apice.
Galea arcuata al margine esterno, rettilinea in quello interno; al suo apice tronco e lievemente sinuoso esiste una minuta pieghettatura trasversale. Lacinia, sottostante alla galea, costituita da un’ espansione basale membranosa portante al suo margine interno, regolarmente arcuato, una fila di 11 robuste setole, dirette medialmente ed una dodicesima assai più piccola al lato interno della base di questa serie; sulla faccia inferiore quattro setoline disposte a quadrato; la lacinia si prolunga poi in un processo fortemente chitinizzato con
x
due aguzzi denti apicali falciformi di cui l’ interno è il minore.
Labbro inferiore costituito dalla fusione delle due mascelle del 2° paio; mento formato dalla saldatura degli stipiti, trapezoidale, munito di lunghe setole al margine esterno; ai robusti palpigeri che su di esso si articolano stanno inseriti i palpi labiali (fig. 4) di tre articoli di cui I’ ultimo è più abben- dantemente pubescente degli altri. Indice (lunghezza - larghezza):
bE 25 re 5 BE 2607
Subgalea (fig. 4) più lunga del palpifero e accollata alla corrispondente dell’ altro lato, porta al lato interno tre setole dirette medialmente: due lunghe, V intermedia breve; galea arcuata all’ esterno, rettilinea nel margine interno; sulla faccia superiore con una serie di sei setole piuttosto robuste, munita al- l’ apice di minute setoline; /acinia fortemente sinuata all’interno, senza pro- cessi chitinosi, alquanto più breve della galea.
Prefaringe a forma di diverticolo tetraedrico leggermente chitinizzato agli spigoli anteriori contenuto al disotto delle mandibole tra le mascelle del primo paio.
Pronoto largamente cordiforme e fortemente trasverso con profonda inci- sura mediana al margine anteriore che è notevolmente rilevato; lati regolar- mente arcuati continuantesi a semicerchio con il margine posteriore che è appena sinuato nel mezzo; disco pochissimo convesso con due fossette nella insellatura anteriore, pubescenza costituita da irti peli inseriti lungo tutto il margine del noto e sparsamente anche sulla sua superficie. Indice (larghezza - lunghezza): 1,75.
Mesonoto più largo del pronoto, margini laterali arcuati regolarmente; base rettilinea nel mezzo, lievemente divergente ai lati; margine anteriore concavo costituente con i margini laterali due processi a triangolo; pubescenza abbondante simile per forma e disposizione a quella del pronoto. Indice (lar- ghezza - lunghezza): 1,96.
+ Metanoto più largo dei noti precedenti con base continuantesi regolar- mente nella sua curvatura con gli angoli laterali; quest’ ultimi emicircolari. Pubescenza come nei noti precedenti. Indice (larghezza - lunghezza): 2,35.
Addome bianco candido alla base, giallastro all’ apice, rigonfio, a mar- gini arcuati, subellittico. Tergiti con pubescenza sparsa sul disco e alla peri- feria, sempre più folta e forte quanto più ci si avvicina all’ estremità dell’ad-
Memorie Soc. Entomol. Ital., Vol. XVI. 2
‘ Fai
RAS G. M. GHIDINI
dome. Cerci iaterali con quattro setole maggiori dorsali, costituiti da due arti- coli, uno basale largo e conico, l’ altro ovoidale. Sterniti anche essi con folta pubescenza inserita, come per i tergiti, perpendicolarmente alla superficie; mancano (questo esemplare è una 9) le appendici genitali. Membrane pleurali con assai rara pubescenza molto sottile e coricata. Epimeri ed episterni con qualche setola piuttosto lunga; pro-, meso- e metasterno pur essi con el raro pelo.
Zampe debolmente testacee ai tarsi e all’ estremità delle tibie; anche, trocanteri e femori con alcuni lunghi peli; tibie e tarsi con pubescenza abba- stanza folta. Indici femoro-tibiali: |
I paio = 1; II paio = 1,14; III paio = 0,83.
Le zampe aa presentano nulla di pee sia nella forma che neila disposizione della pubescenza.
Com’ è risultato dalla dissezione di questo esemplare, l’ individuo era pressochè sessualmente maturo. Furono trovate infatti nelle gonadi uova quasi
mature.
ESEMPLARE B (tav. I, fig. 2).
Misura in lunghezza mm. 6.
Capo più lungo che largo, comprendendo il margine anteriore del labbro superiore. Indice (lunghezza-larghezza): 1,17. Margini regolarmente arroton- dati, ma neila loro proiezione non semicircolari come nell’esemplare precedente, subellittici invece. Distanza dal margine anteriore della fronte al margine poste- riore del capo superiore al diametro trasverso. Occhi assenti, invisibili nel- l’ esemplare a fresco non colorato. Il capo è sprovvisto di pubescenza, man- cano cioè i robusti peli notati nell’ esemplare precedente; non si notano che rarissimi peluzzi estremamente sottili. Clipeo trapezoidale; margine anteriore non chitinizzato con una sola setola piuttosto lunga ad ogni lato; bozze basali
| ben convesse, ognuna con una setola anteriore sottile e due laterali piccolissime.
Antenne mozze; la sinistra con 11, la destra con 14 articoli; III articolo glabro, tutti gli altri pubescenti; Mali trasversi, non slanciati. Indice (lar- ghezza - lunghezza):
l== 006 4 — 1075 IH = 250 W220, V = 246; VE 40e vil: (24 VII de M X 0,80: Xl" 0087 XIE cos XIII = 0,62; XIV coartato.
Labbro superiore rotondeggiante con quattro setole allineate lungo il mar- gine anteriore; dietro al paio mediano, dato da setole più piccole delle laterali, sono disposte su due linee un poco divergenti altre tre paia di setole; dietro ogni setola dell’ ultimo paio alcune microscopiche setoline.
Mandibole come nell’ altro esemplare, solo che i denti sono più lunghi e acuminati.
Mascelle simili a quelle dell’ esemplare già descritto; lacinia con espan- sione mediana un poco più convessa, con le dodici setole caratteristiche di cui la basale della serie è più sottile delle seguenti. Indice dei palpi (lunghezza - larghezza): |
Palpifero\ "#40" 11: Ile 2418 1:92 4: 2 2
Articoli basali dei palpi dunque alquanto più brevi che nell’ individuo descritto prima.
a AE Ù È EN = th Aout ie tea > È LEE TEL VR Mt NE Ì a HE ka cei NEN { + ER E er à HA * 43 È 2) pre t a |. HUE RR # PETRI te M à ’ 5 2 SCHE ù DAG x RENE “i x
REALI DI III FORMA IN R. LUCIFUGUS 98
Labbro inferiore anch’ esso uguale per forma e disposizione delle setole
a quello già descritto. Indice dei palpi labiali (lunghezza - larghezza):
PE 116 H 1: N 3,050:
Pronoto cordiforme, ma meno trasverso di quello del precedente individuo, ugualmente inciso e anteriormente rilevato. Manca di lunga pubescenza rossa- stra ai margini e sul disco, solo si notano alcune microscopiche setoline agli angoli anteriori. Indice (larghezza - lunghezza): 1,66.
Mesonoto più largo del pronoto, a base rettilineo-sinuata; margini laterali regolarmente ogivali, alquanto ristretti alla base e formanti perciò con questa un angolo lievemente ottuso. Superficie e margini senza la minima traccia di pubescenza. Indice (larghezza - lunghezza): 1,90. La squadratura posteriore del pronoto è dovuta alla presenza dei minuscoli abbozzi alari che appaiono nel vivente alquanto più biancastri delle porzioni adiacenti.
Metanoto con base pressochè rettilinea ad angoli posteriori regolarmente arrotondati, dove i margini, lievemente più ialini, lasciano riconoscere abbozzi alari estremamente piccoli; pubescenza assente. Indice (largh. - lungh.): 2,47.
Addome bianco alla base, giallastro verso |’ estremità; slanciato, a mar- gini quasi paralleli, non rigonfio. Primi tergiti con pubescenza rara solo ai lati e al margine posteriore; seguenti con pubescenza anche sul disco, sempre più abbondante quanto più caudale. Sterniti tutti pubescenti con setole corte sui basali, sempre più lunghe sui distali. Appendici genitali assenti (anche questa e una 2).
Zampe senza nulla di caratteristico; indici femoro-tibiali:
b= 1,037 H 141,0: HF 0,84
Alla dissezione gli ovari di questa femmina sono apparsi ancor poco Svi- luppati in rapporto con quelli della regina precedente. Non furono trovate uova già notevolmente grandi. Tuttavia le gonadi presentavano ovarioli assai rigonfi e numerosi.
x; x OK
Da quanto risulta anche dalla descrizione di questi due neotenici ottenuti nei miei allevamenti è presumibile che essi fossero in differente stadio di svi- luppo sessuale e ciò sarebbe confortato dal rinvenimento di uova quasi mature nel primo individuo descritto, mentre nel secondo, come ho detto, le gonadi non contenevano ancora uova. Ma il primo individuo presenta caratteristiche mor- fologiche assai più simili ad uno stadio giovanile che non quelle presentate dal secondo esemplare.
Sono propenso a ritenere che uno sia stato avviato alla carriera di ses- suato molto tempo prima del secondo e che perciò essendosi arrestato lo svi- luppo somatico esso abbia conservato caratteri giovanili quali l’ assenza di accenni alari e la forma non allungata dell’ addome; tuttavia la molto svilup- pata e caratteristica pubescenza del corpo e della testa, unita alla forma delle antenne con articoli tutti pubescenti, mette in risalto, unitamente agli altri carat- teri già descritti, una spiccatissima differenziazione sessuale.
L’ altro individuo invece sarebbe stato avviato alla carriera sessuata pro- ‘prio quando cominciava a differenziarsi in giovane ninfa e a mettere i minu- scoli abbozzi alari; la sua differenziazione sessuale avrebbe pertanto avuto
I | D G. M. GHIDINI
minor tempo per esplicarsi e da ciò la scarsità di pubescenza notata e 1’ incom- pleto sviluppo delle gonadi.
. Concludendo il presente lavoro vuol mettere in risalto come i così detti reali di III forma siano variabili morfologicamente e perciò difficilmente inter- pretabili come caste distinte. Che il loro apparire nelle colonie di cui dispo- nevo è sempre stato di singole coppie, fatto che sembra in disaccordo con la teoria dell’ inibizione.
Da esperienze tuttora in corso spero poter dare quanto prima una rela-
. zione che riconfermi con maggior validità i dati e le supposizioni qui avanzate.
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SUMMARY
The A. shows with the examen of the material obtained from his breeding of R. lucifugus how the so called individuals reproductive of the third form are morpho- logically variable and from this he comes tc the conclusion that is very difficult for them to form a distinct cast of their colony.
In orphanated colonies these individuals are allways appeared as single couples and this for the A. is in contrast with the inhibition theory.
The A. believes that the differentiation of these individuals is due to alterated condi- tions of food.
RÉSUMÉ
Après 1’ examen du matériel qu’il a obtenu de ses élevages de R. lucifugus 1° A. remarque que les formes reproductives de Ille forme sont morphologiquement variables et de là il en derive quell’ elles sont bien difficilement SEDIA les comme appartenentes à une caste spéciale de leur colonie.
Dans des colonies orphelinées ces individus ont toujours parus en couples uniques et cela semble en contraddiction avec la théorie de 1’ inhibition.
Cest avis de 1? A. que leur différéntiaction a été provoquée par des changées con- ditions de nutrition.
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Dott. RUGGERO VERITY
APPUNTI SU ALCUNI LEPIDOTTERI DIURNI ITALIANI
Pyrgus (sottogenere Hemiteleomorpha) malvae L.: Dal 1911, quando Reverdin,nel Bul. Soc. Lépid. Genève, II, fasc. 2, dimostrò la grande differenza di struttura che esiste fra i genitali maschili della vera malvae, descritta da Linneo, e quelli dell’ insetto corrispondente del sud-ovest dell’ Europa, al quale spetta complessivamente il nome di malvoides Elw. & Edw., ed attribuì un valore specifico a queste differenze, è stato ritenuto che il primo non esistesse affatto in Italia, non oltrepassando in nessuna regione lo spartiacque delle Alpi, verso mezzogiorno. Anche il Warren, nel suo trattato recente sulla Tribù degli Hesperiidi, del 1926 (codesto nome deve, però, essere sostituito con quello di Pyrgiidi, che ha la priorità) fa rilevare, alla pag. 78, come nella cartina origi- nale di Reverdin, sulla quale ha indicato le distribuzioni della malvae e della ‘malvoides, sia stato solo per errore segnata per la prima una località dell’ Italia settentrionale, poichè a lui consta che Reverdin non avesse mai visto una _ malvae vera italiana.
Ciò premesso, non è privo d’ interesse, il fatto che a me è stato dato di constatare l’ esistenza della malvae, perfettamente caratterizzata dai genitali, nell’ alta valle del Piave, nelle Alpi Carniche, e precisamente a Sappada, m. 1300, dove ne ho raccolto qualche esemplare, già assai vecchio, il 21 luglio. Ivi, nè io nè il Rocca, che vi ha raccolto ultimamente, abbiamo trovato la malvoides, come avviene ovunque esisie la malvae, poichè, per ora, non sono mai stati trovati insieme. A mio modo di vedere, due forme, che si sostituiscono in modo tanto completo e rigoroso, non dovrebbero essere confuse con le vere specie affini, che si sovrappongono, almeno parzialmente, in alcune regioni inter- medie, e dovrebbero essere, invece, distinte col termine speciale di « esergi », per porre in rilievo codesto fenomeno. Anche in questo caso speciale è assai notevole, che la malvoides, la quale popola tutta I’ Italia e si estende a quasi tutte le valli Alpine, sia assente dalla conca di Sappada, come se I’ invasione di malvae dal nord |’ avesse respinta ed esclusa.
Thersamonia thersamon Esp.: Il Sig. Plaut, un giovane inglese di madre fiorentina, che ha raccolto lepidotteri in Toscana, in questi ultimi anni, con una abilità che gli è valso diversi successi, ha avuto, fra le altre fortune, quella, abba- stanza originale, di trovare una femmina di questa specie incastrata nel radia- tore di un’ automobile, ferma in una strada di Viareggio, durante l’ estate del 1935. E’ in ottimo stato di conservazione e se ne deve necessariamente dedurre che la specie esiste a una distanza non troppo grande da codesta città, perchè la corrente d’aria del ventilatore maciulla presto le farfalle, così impigliate, se vi sono esposte per molti chilometri. Purtroppo il Plaut non s’ informò del percorso seguito da quell’ automobile, non sapendo I’ interesse speciale dello esemplare rinvenuto. Quando lo vidi nella sua collezione e glielo rivelai egli, molto gentilmente, volle farmene dono ed io lo conservo con piacere, perchè non esiste, a mia conoscenza, nessun altro esemplare di thersamon toscana. Lo
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Stefanelli, nel suo Catalogo della Toscana del 1901, accenna ad alcuni dati, già, allora, molto antichi, del Baroni, che l'avrebbe trovata a Figline, del Dei che l'avrebbe presa a Querceto, nel Senese, ed in ultimo del Mann, che ne avrebbe accertato l’ esistenza a Montenero (Livorno) nel 1872. Lo strano è che, da questa epoca im poi, nessun raccoglitore l’ abbia ritrovata in Toscana, perquanto esista nell’ Emilia, donde ne posseggo del 17 agosto, raccolte dal Costantini a Castel Brilli, ed esista nella Campagna Romana, donde ne conservo diverse del maggio e della fine di luglio a tutto agosto.
Tutte le femmine estive italiane, compresa quella di Viareggio, apparten- gono alla forma omphale Klug, con lunghe code, per cui va corretta 1’ indica- zione del mio Elenco ragionato dell’ Italia Peninsulare, dove, a pag. 5, la seconda generazione figura quale uguale alla prima.
Lycaeides argyrognomon Bergstr. (= ismenias Meigen == ligurica Obth. (aprile 1910) = ligurica Courvoisier (luglio 1910), nell’ Ent. Zeit, p. 81): Il nome di ligurica, dato quasi contemporaneamente da Oberthiir e da Courvoisier a una farfalla di Cernobbio, sul lago di Como, parve dover acquistare un signi- ficato specifico, quando, poco dopo, Reverdin e Chapman scoprirono che |’ arma- tura genitale del maschio differiva notevolmente da quella dell’ affine idas L. = argyrognomon auctorium nec Bergstr. In seguito, però, fu constatato che a co- desta nuova specie dovevano riferirsi, pure, il nome molto più antico di ismenias e anche quello antichissimo di argyrognomon Bergstr., che Kirby e Staudinger avevano, invece, voluto adoperare per la suddetta specie affine, per cui ligurica è rimasto a significare solo la razza del lago di Como e delle Prealpi della prima, alla quale spetta specificamente il nome di argyrognomon. Disgraziatamente ‘debbo, ora, rilevare che esso non è neppure atto ad assolvere questo compito più modesto, perchè è un omonimo primario del ligurica di Wagner (1904), dato. a una razza di arion L. e, tanto Oberthür che quest’ ultimo, hanno creato i loro nomi sotto lo stesso nome generico di Lycaena, per cui il secondo non è valido e non riacquista validità, secondo le Regole Internazionali della No- menclatura Zoologica, neppure ora, che argyrognomon e arion sono stati distinti genericamente. Perquanto increscioso sia il sostituire i nomi originali, tanto perchè complica il confronto dei vari testi sull’ argomento, come perchè ne fa dimenticare l’autore ingiustamente, pure, quando quei nomi risultano privi di validità e inservibili, non si può fare altro, se si vuol stabilire la nomenclatura su una base unica e permanente: in questo caso propongo, dunque, di sostituire il nome di ligurica con quello nuovo di laria, poichè la razza di Cernobbio e di altre località delle Prealpi, come il Lago di Lugano, è ben distinta da tutte le altre e non può restare priva di un nome distintivo.
Pieris manni Mayer razza todaroana Pincitore Marctt, Giorn. di Scienze Nat. ed Econ., Palermo, XIV. (1879), p. 3, fig. VIII: Questo nome è stato com- pletamente trascurato e nessun autore ne fa cenno, mentre Ragusa, nel suo Elenco dei Lepidotteri di Sicilia, lo ricorda solo in una nota a p. 14, attribuen- dolo alla P. napi!
E’ tempo, quindi, che la sua esistenza sia fatta conoscere e ciò riuscirà tanto più facile in quanto potrà utilmente designare una razza, che non è stata sufficientemente distinta, mentre merita di esserlo: intendo parlare della razza di Sicilia della manni, che differisce tanto dalla razza dell’Italia penin-
Vie
LEPIDOTTERI DIURNI ITALIANO 0° ON ago)
sulare rossii Stef., quanto dalia manni nominale della costa Dalmata, in tutte le ioro generazioni.
Quando mi sono procurato una copia dell’ opuscolo del Pincitore, che non ho mai visto figurare nei listini dei commercianti, ed ho scoperto I’ esi- stenza del nome di todaroana, ho creduto che fosse destinato a ridurre a sem- plice sinonimo quello di rossii Stefanelli del 1901. La descrizione di Pincitore è, infatti, la seguente, da interpretarsi tenendo presente che egli ignorava la manni e considerava il suo insetto quale varietà o aberrazione della rapae: « Quando si osserva questa varietà ricorre subito alla mente la Pieris Napi B ab. © bryoniae (v. fig. VII) [da notarsi che questa figura rappresenta una 2 siciliana di napi, coi disegni neri un po’ più estesi del solito e non ha nessun rapporto colla vera bryoniael. Al pari di questa si rende singolare per |’ am- piezza delle macchie dell’ orlo e costali, ed i caratteri di questa aberrazione che ‘presento vanno ben riassunti nella semplice espressione obscurior ». Per fortuna la ottima figura supplisce all’ insufficienza di questa strana diagnosi e mostra chiaramente una manni femmina della seconda generazione di Sicilia, come ebbi a potermi accertare quando mi procurai materiali adeguati, raccolti dal Sig. Mariani a Palermo ed a Zappulla. Ho potuto, allora, constatare le par- ticolarità della razza di Sicilia, che, in ogni generazione, differisce da quella nominale e dalla rossi, come ho accennato sopra, sia per le sue dimensioni assai maggiori, sia per la maggiore ampiezza delle macchie nere e per il loro colorito più scuro, quando vengono confrontate le generazioni corrispondenti di codeste tre regioni, ricordando che la todaroana nominale di Pincitore cor- risponde alla secundogenita Vrty., di giugno, dell’ Italia peninsulare e non alla III gen. rossii Stef., mentre, invece, per l’ ampiezza delle macchie e per il loro colore di un nero intenso, somiglia precisamente alla rossii. Nonostante, questa non è affatto sinonimo, come avevo creduto dapprima, perchè la rossii è assai più piccola, in media, ha l'addome e la base delle ali più bianchi, le macchie nere, in media, meno estese a Firenze, donde sono i cotipi di Stefanelli, ma non sulla costa toscana; il disopra di un bianco più giallognolo in molte fem- mine, ma, più che altro, il rovescio di un giallo uovo vivace e quasi senza traccia di spolveratura nera, mentre nella todaroana il colore è di un giallo ‘assai più scialbo e con una spolveratura assai più abbondante. In altre parole, ripeto, la todaroana è più simile, per tutti questi caratteri, alla II gen. secundo- genita Vrty. di Toscana, tranne per l’ ampiezza dei disegni neri, che uguaglia e supera quelli della rossii. I miei esemplari siciliani sono di giugno e dei primi di luglio. Come ho osservato nel mio Catalogo dell’Italia Peninsulare, p. 19, anche all’ Isola d’ Elba la II generazione è costituita da una forma con ampie macchie nere ed, ora, debbo aggiungere che essa è precisamente uguale alla todaroana di Sicilia. Ivi dissi pure che era notevole per le sue dimensioni molto grandi e, sotto questo aspetto, la considerai uguale alla creta, che ho descritta del Monte Fanna, m. 600, sopra Firenze. Invece, occorre notare che quest’ultima ha gli stessi caratteri della secundogenita Vrty, e cioè ha macchie assai meno ampie e meno scure della todaroana di Sicilia e dell’ Elba, pur uguagliandola al riguardo delle dimensioni, per cui neppure il nome di creta è sinonimo di todaroana. |
In quanto alle generazioni seguenti, estive ed autunnali, di Sicilia, non se ne hanno notizie e perfino il Ragusa, nel suo lavoro suddetto, relativamente
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molto recente, deve ammettere di essere sprovvisto di materiali al riguardo di questa specie, per la sua rarità in Sicilia. L’ ultima data, sulle mie femmine di todaroana, è quella del 15 luglio e, probabilmente, corrisponde alla fine effet- tiva delia II generazione. Dell’ agosto posseggo un maschio di Pezzente, che potrebbe benissimo appartenere alla rossii Stefanelli, come la III generazione di Toscana. Dell’ ottobre, poi, ho un altro maschio, un po’ vecchio, raccolto a Trabia (Palermo), il quale presenta spiccatamente tutti i caratteri della IV gene- razione septembrina Vrty, per cui è lecito ritenere che questa si estenda anche alla Sicilia.
Infine, la I generazione è rappresentata nella mia raccolta da una serie di aprile e maggio, proveniente da Trabia e dal Monte S. Onofrio (Palermo), che mi permette di farne conoscere i caratteri, rimasti, fin’ ora, ignoti, mentre meritano, invece, di essere descritti, perchè differiscono nettamente da quelli della farpa Frhst. dell’ Italia peninsulare. La I generazione di Sicilia differisce, infatti, assai meno di quest’ ultima da quella della manni nominale della Dal- mazia e della Grecia, che ho chiamata antemanni, perchè è anche più grande di quest’ ultima, mentre la farpa è, in media, assai più piccola, e perchè le macchie nere sono altrettanto scure ed estese, mentre nella farpa sono molto più ristrette e di un grigio molto più velato di bianco; essa differisce, però, dall’ antemanni, non solo per le sue dimensioni medie maggiori, ma per l’ am- piezza delle macchie del disco, che è maggiore, rispetto a quella del triangolo apicale preso come termine di confronto; nel maschio la macchia unica è semi- lunare, nella femmina le due macchie sono rotondeggianti, ricordando la ergane e perdendo la forma quadrangolare dell’anteriore e quella a fagiolo della posteriore, che caratterizzano la manni nella maggioranza delle sue forme; si tratta, evi- dentemente, di un carattere analogo a quello della Il generazione todaroana. Mi sembra, dunque, opportuno di designare la I generazione di Sicilia col nome di antetodaroana nom. nov.
Osservo, nelle mie serie di esemplari dell’ Elba, che la todaroana della II generazione, pur essendo, come abbiamo visto sopra, del tutto identica a quella siciliana, è ivi preceduta, nella I generazione, da una farpa in nulla diversa da quella del continente toscano. Le varie forme di questa specie si combinano, a quanto pare, anche in Italia, in diversi modi, a seconda delle condizioni locali delle varie regioni e dei loro climi, come ebbi ad osservare al riguardo di quelle francesi e spagnole, trattandone nell’ « Entomologist’s Record» del 1935, p. (45).
Zerynthia (— Thais) hypsipyle Fabr. (— hypermnestra Scop. = poly- xena Schiff.: omonimi primari): Non mi sembra inutile accennare alla somi- glianza poco felice, che esiste fra il nome di /ativittata, dato da Schultz, nel 1908, a una forma individuale di Ungheria della razza nominale dell’ hypsipyle, descritta di Praga, e il nome di latevittata, dato da me alla razza di Sicilia, nel 1919. Potrebbe sorgere il dubbio che si trattasse di una omonimia e che il secondo dovesse essere sostituito, ma tengo, appunto, a fare osservare che una simile conclusione sarebbe errata, perchè la differenza dell’ i, esistente nel primo di quei nomi, e dell’ e, esistente nel secondo (mi scusi lo Schultz!) lati- namente più corretto, costituisce una differenza assoluta, e, pur essendo ridotta alla minima espressione, equivale a farne due nomi diversi, poichè le Regole
per ae CD S AE "pe
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internazionali della Nomenclatura Zoologica hanno già stabilito esplicitamente quali siano le differenze che non debbono considerarsi effettive, come 1’y invece dell’ i, l’ ae invece dell’ e, ecc., e si tratta sempre di equivalenze rico- nosciute. Io non propongo, quindi, nessun altro nome in sostituzione del mio originale, convinto che, se lo facessi, esso sarebbe un sinonimo, che la Regola delia priorità vieterebbe di adoprare.
Aggiungasi che, stando le Regole internazionali quali sono tuttora in vigore, anche se i due nomi fossero identici, quello di Schultz non sarebbe valido, perchè non sono ricenosciute le denominazioni delle forme individuali e, perciò, il mio sarebbe da ritenersi dato per la prima volta a una « sotto- specie » o razza del genere Zerynthia e per nulla omonimo. Molti, tuttavia, vorrebbero, al giorno d'oggi, coi progressi analitici, che si stanno facendo, perquanto, forse, talvolta, anche esageratamente, vedere modificare la Regola in questione e stabilire la validità dei nomi individuali e quindi le omonimie, con essi, disgraziatamente, verificatesi.
Mi permetta, ora, il Dott. Rocci di osservare che, essendomi procurato una buona serie di hypsipyle della Stura, presso Torino, donde egli ha de- scritto la sua padana nel Boliettino della Soc. Entom. Ital. del 1929, p. 148, e confrontandola colla razza nemorensis Vrty delle pinete della costa Toscana, non solo trovo che a questa « può avvicinarsi », come accenna il Rocci stesso, ma non ne differisce in nessun modo. E’ da notarsi, poi, che si tratta solo di una forma locale più piccola e gracile della razza creusa Meigen, quale esiste nella Francia meridionale e in talune località della Valle Padana, poichè pro- prio d’« Italia» è stata descritta e figurata da codesto autore e, certamente, non dell’ Italia peninsulare, dove non esiste; la sua figura rappresenta, invece, esattamente la razza di Modena, quale i’ ha raccolta il Costantini, e quale è rappresentata nella sua collezione, da me acquistata e conservata. Infatti, molti dei suoi esemplari corrispondono a codesta figura, come ad essa corrisponde quello figurato da Rocci negli Atti della Soc. Ligustica di Scienze Nat., XXX (1919), tav. I, fig. 8, che egli dice, a pag. 34, di avere ricevuto dal Costantini sotto il nome inedito di aemiliae. Peccato che nel Boll. Soc. Ent. Ital. del 1929 egli sia tornato ad insistere su questo nome, poichè esso non può essere che un sinonimo di creusa Meigen, che il Rocci, evidentemente, non conosceva.
Ricordo che anche il nome di latiaris, dato dallo Stichel, nel Genera Insectorum del Wytsman, alla razza dei monti Albani, è un sinonimo di cas- sandra Hiib.- Geyer, le cui figure rappresentano colla massima precisione la razza di tutta l’Italia peninsulare e alle quali è identica la figura di Freyer della demnosia, altro sinonimo, presentato dai vari autori con diversi signi- ficati, del tutto ingiustificati.
Curiosa e molto sorprendente per me, entomologo fiorentino, è la notizia data in Germania dal Dott. von Rosen, nel Supplemento dello Seitz, che la cassandra di Firenze si è andata facendo, in questi ultimi anni, più scura di quanto non fosse pel passato! Veramente, ne raccolgo annualmente vari esem- plari in un grande burrone della mia proprietà di Cicaleto e nei canneti del sottostante Mugnone e non ho mai trovato alcun cambiamento del suo aspetto.
Giustamente osserva il Rocci che resta da vedere se la forma reverdini Frühstorfer, sia una razza a Rapallo, come vorrebbe il suo autore, basandosi su tre soli esemplari. Il Prof. Reverdin me ne donò uno e ho potuto, così,
y CR DE | fuit VE Le aro i 4 È Bet i an SERRA È Nota
Di CSI CR VERETY
constatare che si tratta della forma di cassandra coi disegni neri più esili, quale capita individualmente anche a Firenze.
Si può riassumere questo paragrafo dicendo che questa specie è un esempio di quanto avviene quando vengono pubblicati nomi e descrizioni nuovi, senza essersi fatto un concetto esatto e completo di quelli già esistenti, per cui ne risulta una massa di sinonimi e una suddivisione artificiosa, che offuscano la visione chiara e interessante della distribuzione delle variazioni geografiche realmente esistenti, come quella della creusa dalla Francia meridionale alla Valle del Po ed altrove, attraverso i Balcani, fino alla Macedonia, mentre nel- l’ Italia peninsulare esiste la vera cassandra e in Sicilia esiste un'altra razza scura, la latevittata, assai più somigliante alla prima che alla seconda, nono- stante la maggiore distanza che le separa.
Papilio machaon L.: Non posso esimermi dall’ accennare all’ interessante Monografia del Dr. Karl Eller pubblicata nel 1936 a Monaco, negli Abhandlungen der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, sulle Razze del Papilio machaon, poichè, in rapporto alla nostra fauna, egli ha dimostrato che, fra i vari gruppi
di razze, ne esiste uno Mediterraneo, che comprende quelle italiane peninsu- lari, mentre l’ alpica Vrty e il bigeneratus Vrty fanno parte di un altro gruppo, da lui chiamato gorganus Frhst., diverso, a sua volta, dai gruppo del machaon nominale dell’ Europa settentrionale e dal gruppo britannicus dell’ Inghilterra. Tutti questi gruppi e altri nove dell’ Asia diversificano gli uni dagli altri per caratteri di diverso genere e, in primo luogo, per la struttura dell’ armatura genitale maschile, che il Dr. Eller illustra minutamente e analizza in lunghe tavole di misurazioni biometriche. In dieci belle tavole figura le razze princi- pali e in altre sette le variazioni delle valve dei genitali suddetti e del pene. Oggigiorno, in cui ogni variazione dei genitali viene interpretata da taluni come una prova di differenziazione specifica, studi sistematici di questo genere su grandi serie, provenienti da tutta la regione abitata da una specie, sono quanto mai istruttivi, perchè dimostrano che le armature genitali variano al pari degli altri caratteri e che le loro variazioni estreme sono congiunte da gradazioni intermedie, per cui bisogna andare piano nel trarre conclusioni dal confronto di pochi esemplari estremi. A pag. 37 Eller mostra come la variazione proceda per categorie, riunendo, da una parte, i suoi tredici gruppi in sette gruppi supe- riori e analizzando, dall’ altra, ogni gruppo nelle razze che lo compongono, per cui risultano tre categorie intermedie fra la specie e l’ individuo. Peccato che a codesto ricercatore sieno mancati. materiali dell’ Italia settentrionale, eccetto l’ alpica Vrty, razza assai speciale, con una sola generazione, delle altitudini molto elevate, e della peninsulare, per stabilire esattamente i loro rapporti col gruppo gorganus e con quello mediterraneo, da lui studiato su esemplari ita- liani solo di Sicilia, di Ustica e di Malta, che egli descrive e chiama melitensis.
Debbo, infine, ricordare, a questo proposito, come io abbia trovato che il machaon produca nell’ Italia settentrionale tre generazioni e non due, come si riteneva e come afferma il Rocci perfino al riguardo della Liguria (Atti Soc. Ligu- stica Sc. Nat., 1919, p. 10). Ho constatato questo fatto non solo in Brianza, presso Vimercate, ma anche nella Valle Anzasca, a m. 700 di altitudine. La II genera- zione, che schiude dalla metà di luglio alla prima decade di agosto, ha i caratteri dell’ aestivoides Vrty dell’ Europa centrale, mentre la terza, che schiude dalla fine
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tai agosto ai primi di settembre, è età fra questa e la terza dell’Italia ‘ peninsulare, che ho chiamata sphyroides Vrty; |’ ho distinta col nome di tertia nell’ Entomologist’s Record del 1935, p. (49).
Hyponephele lupinus Costa razza florentia nom. nov.: Nel Naturalista siciliano dei 1919 Turati accennava alla scoperta di questa specie in Francia e precisamente presso Avignon, nella Vaucluse, fatta da Reverdin nel 1911, e determinava quali intermedia Stdgr. gli esemplari da questi inviatigli in esame. Lhomme, nel suo Catalogue des Lépidoptères Francais del 1923, ometteva di ricordare codesta specie, per cui il Reverdin, nel 1927, vi suppliva con un arti- colo, su tale argomento, nell’ Amateur de Papillons. HI, PB. 309-1 L.© tav 12. lonare di tutto questo, il capitano Hemming di Londra, nei Proc. Ent. Soc. London del 1928, p. 1, segnalava, quale specie nuova per la Francia, i lupinus da lui raccolti nel 1927 alla Sainte Baume, nel Var, e dava loro il nome di sottospecie magdalena, ricordando giustamente che il Riley aveva, nel 1921, determinato con esattezza quello che è l’ intermedia dello Staudinger (1886), razza esclusivamente asiatica, molto distinta, di cui la margelanica Turati (1909) è un sinonimo assoluto, per cui non era da applicarsi ad alcuna sottospecie europea, come lo avevo fatto io, applicandolo a quella delle colline di Firenze nell’ Ent. Record, 1919, p. 205. Restava da vedere se la razza di Firenze fosse uguale alla magdalena o fosse un’ altra razza distinta, come pure restava da sta- bilire che rapporto avessero queste due razze con quella che il Frühstorfer aveva descritta nel 1909 del « versante meridionale del Sempione, a Iselle, alla metà di luglio» e aveva chiamata nikokles, attribuendola, dapprima, al lycaon, ma | riconoscendola, poi, per lupinus nell’ Entomol. Zeitschr. del 1910, p. 218.
Essendomi potuto procurare una femmina di Iselle, constato che essa corrisponde al carattere indicato da Frühstorfer, per la sua razza, colle seguenti parole: « ambo le superfici delle ali, notevolmente più scure che negli esem- plari del Vallese, di Savoia, di Courmayeur, ecc. ». Si capisce che egli, allora, la confrontava coi lycaon e perciò restava colpito anche dalla « più larga fascia nera androconiale », che, poi, risultò essere un carattere specifico. Codesto aspetto scurissimo, che colpisce in ispecie sul rovescio, di un bruno a dirittura nerastro, anzichè grigio o castagno, distingue nettamente il nikokles delle Alpi da tutte le altre razze, eccetto, forse, la cypriaca Riley, di Cipro.
In quanto alla razza di Firenze, essa è, senza dubbio, abbastanza aff ne _ alla magdalena per le sue dimensioni, relativamente piccole, e per il taglio e il contorno delle ali, arrotondato e poco dentellato, rispetto a quelli del Zupinus nominale, ma ne differisce per i seguenti caratteri, che rilevo, confrontandola con esemplari della catena della Sainte Baume e con una grande serie raccolta da me, nell’ agosto scorso, sul grande piano di Saint Barnabé, a 1000 m., sopra Vence, nel dipartimento delle Alpi Marittime: la magdalena è di dimensioni alquanto maggiori, ha ocelli più grandi e la loro dimensione è notevolmente costante: invece, nella razza, che chiamo florentia, solo nel 10 % degl’ individui essi raggiungono codesta grandezza, perchè, negli altri, sono più piccoli e molto variabili; in alcune femmine il posteriore è assai più piccolo dell’ anteriore, riducendosi, in talune, ad un minuscolo punto; la zona fulva, che li circonda in questo sesso, ha, in media, un’ ampiezza alquanto maggiore ed un colorito un po’ più caldo, ma la variazione è assai grande, 3 questo riguardo, in ambedue
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le razze; il rovescio dei due sessi è, nella florentia, molto meno variabile che nella magdalena, mantenendosi di una notevole uniformità su tutta la superficie delle ali posteriori, ricoperta da una fitta velatura di strie capillari scure, di un grigio rossastro, su per giù uguale alla figura dello Seitz, chiamata Jupinus sulla sua tavola 47; invece la magdalena varia da un grigio molto chiaro e perlaceo, con strie scarse e pallide, a un grigio molto più scuro della florentia, che si avvicina alla nikokles e varia da una grande uniformità a un aspetto assai più variegato per la presenza di un largo spazio esterno, più bianco della metà basale, che attraversa |’ ala, e di una serie premarginale di archetti scuri, che spiccano molto quando il fondo è chiaro. Mi sembra dunque assai opportuno distinguere la razza di Firenze col nome di florentia. Si avvicina alla captus Riley dell'Asia Min.
Satyrus bryce Hib. (— ferula Fabr. = cordula Fabr.) razza calabra ‚Costa (= actaeina Obth.): E’ ormai da riconoscersi, senza esitazione, che |’ in- setto noto fin’ ora col nome di cordula è specie ben distinta dall’ actaea Esp.; io stesso posseggo una bella serie dell’ una, come dell’ altra, raccolte esatta- mente nello stesso posto, presso St. Martin de Vésubie, nelle Alpi Marittime, dove la seconda comincia a schiudere quando la prima è per finire e dove ricerche speciali di individui intermedi, che il compianto, abilissimo, entomo- logo di Vienna, C. Hôfer, ha fatto, dietro mia richiesta, hanno dato esito asso- lutamente negativo; questi dati confermano, dunque, quelli in rapporto ai geni- tali, costantemente differenti. Ciò stabilito, resta da aggiungere che il nome specifico della cordula non è, secondo la Regola della priorità, neppure ferula, come si era ritenuto ultimamente, ma bryce Hiib., perchè le ricerche più recenti sulle date di pubblicazione delle opere di quest’ autore hanno rivelato che que- st’ ultimo nome, dato ad esemplari della « Russia», è il più antico.
Mi è parso utile di accennare a queste nuove sistemazioni della .nomen- clatura, ma ciò che intendo rendere noto qui è che la specie è stata scoperta in Toscana, dove, fin’ ora, non era mai stata trovata. Lo Stefanelli I’ acclude, è vero, nel suo «Catalogo Illustrativo dei Lepidotteri Ropaloceri della To- scana > del 1901, a pag. 83, ma in base a un solo maschio, da lui raccolto nel luglio 1864 «sopra una collinetta incolta a levante del Golfo della Spezia >, per cui, data la natura prettamente ligure di codesti monti, situati al di là della Magra, e fuori del territorio toscano, anche politicamente, rimaneva molto dubbio se fosse esatto ritenerla toscana. Invece, ora, è stata trovata nelle Alpi Apuane, verso i 700 m., sulle pendici scoscese della valle di Rescate, a monte di codesto paese (in quel di Massa), dove era abbondante, ma molto difficile a catturare, per la natura del terreno, il 27 luglio 1935. E’ stato il giovane Plout, ricordato al riguardo del thersamon, che ha il merito di questa scoperta; gliela rivelai quando vidi due coppie di esemplari nella sua piccola raccolta ed egli, con estrema gentilezza, volle darmene una. Nel 1936 gli chiesi di tor- nare sul posto a raccoglierne una buona serie, ma ne vide, questa volta, solo pochi individui, e nessuno di questi scese tanto in basso da renderne possibile la cattura. I quattro esempiari, che possediamo, sono, tuttavia, sufficienti per mostrare chiaramente che la razza è del tutto identica a quella dei monti Sibil- lini, nel Piceno, e degli Abruzzi: si tratta, quindi, della calabra Costa, che si estende fino alle Alpi Marittime, nonostante i larghissimi tratti di Appennino vero e proprio, che non offrono, a quanto pare, le condizioni necessarie al bryce, per cui esiste solo in colonie isolate, separate da grandi distanze.
prat
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Hipparchia fagi Scop. (= hermione L.) razza alcyoneformis Vrty e H. alcyone Schiff. razza latevittata Vrty: Nel Bull. Soc. Ent. France del 1911, ap. 312 e sulla tav. I, hc descritto e figurato queste distintissime razze italiane da esemplari raccolti insieme, verso i 1000 m., sulle « Alpe della Luna », nel- l Appennino Lucchese. Stante i loro aspetti molto speciali e principalmente quello della fagi, che la fa somigliare in modo del tutto insolito all’ alcyone, si ha |’ impressione di una transizione completa dall’ una all’ altra in codesta mia grande serie. Perquanto fossi convinto che essa fosse composta delle due specie affini e che la transizione, in realtà, non esistesse, come non esiste, per — esempio, alla Vallombrosa, dove il fagi presenta il suo aspetto più caratteri- stico della razza orphnia Frühst. di pianura e differisce spiccatamente dagli alcyone, che con esso s’ incontrano sulla strada, detta del Lago, pure, ho voluto accertarmi di questo fatto esaminando gli organi di Jullien della razza alcyone- formis e dell’ alcyone latevittata delle « Alpe della Luna ». E’ infatti, ormai, ben noto come Jullien di Ginevra abbia risolto la difficoltà, che sembrava un probiema insoiubile, di separare il fagi dall’ alcyone nelle razze dall’ aspetto intermedio, scoprendo l’esistenza di un ciuffo di bacchette chitinose sull’ ot- tavo segmento addominale del maschio, che presentano spiccate caratteristiche specifiche, molto costanti. Esse sono state iliustrate dal Dampf nell’ Entomol. Zeit., Stuttgart, XXII (1908) e dal Jullien stesso nel Bull. Soc. Lépid. Genève, 1909, mentre ii Frühstorfer, nello stesso Entomol. Zeit. riordinava e classifi- cava tuite le razze allora descritte, ma assai confuse per la difficoltà suddetta. Anche nel caso nostro il risultato di tale esame è stato quanto mai decisivo, come ognuno potrà vedere dalle due figure, che pubblico, dei miei olotipi di alcyoneformis e di latevittata. Ricordo che la prima è stata trovata dai Querci anche nelle Mainarde, da 500 a 1000 m., in provincia di Caserta, per cui ha certamente una larga diffusione nell’ Italia peninsulare, e che in codesta loca-
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lità non è accompagnata dall’ alcyone.
Argynnis pandora Schiff.: E’ assai sorprendente la cattura di un esem- plare di questa specie nel 1934 e di un altro nel 1935, fatta, ai primi di settem- ‘bre, da Plout sulle zinnie della passeggiata litoranea di Viareggio e precisa- mente in luogo detto « Marco Polo». Infatti, nessuno aveva mai trovato la pandora sul continente toscano; solo all’ Elba essa è abbondante, ma, perquanto gli esemplari di Plout siano assai vecchi, sembra poco probabile che possa trattarsi di migrazioni e ne deve esistere una colonia nella pineta retrostante o, tutt'al più, sulle pendici delle Alpi Apuane, poichè, anche all’ Elba, essa abbonda, in modo speciale, nei castagneti, ad una certa altitudine, mentre è molto rara altrove e non scende quasi mai al livello del mare.
Euphydryas aurinia Rott. razza frigescens Vrty: Questa forma ha un aspetto così esattamente intermedio fra |’ aurinia nominale di pianura e la gla- “ciegenita Vrty (= merope auctor. nec de Prunner) dell’ alta montagna, nelle Alpi, che una sola femmina, raccolta nel Vallese dal ben noto raccoglitore Wullschlegel di Martigny e a me ceduta dalla sua vedova, mi convinse trattarsi mon di una delle tante variazioni individuali di questa specie, ma di una varia- «zione particolare, per cui la descrissi e la nominai frigescens nell’ Entomologist’s Record, XL (1928), p. 45, dicendo che si trattava probabilmente di una razza ‘costante in alcune località. Per ora la sua provenienza esatta nel Vallese non
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è stata ritrovata, perquanto un’ osservazione del Vorbrodt faccia credere che debba certamente trattarsi di Jour-Brulée, a 1500 m. sopra Branson; è, quindi, riuscita assai interessante la raccolta di una grande serie di esemplari, tutti molto simili fra loro nei due sessi e verfettamente identici al mio « olotipo » del Vallese, fatta dal Sig. Luigi Rocca di Torino sul Monte Houbolt, a m. 1950, sopra Sappada, in Val Piave (Alpi Carniche), dal 26 giugno all’ 8 luglio del- l’anno scorso. Con ciò riesce dimostrato che si tratta di una delle razze più spiccatamente caratterizzate della specie, perquanto ignorata fin’ ora in modo sorprendente, per cui cominciava ad accreditarsi la possibilità che aurinia e glaciegenita fossero specie distinte, perchè non si conoscevano forme inter- medie. Riesce pure dimostrato che la frigescens ha una diffusione molto estesa nelle Alpi, probabilmente molto simile a quella della glaciegenita, pur abitando località differenti, e che è da annoverarsi fra le razze italiane.
Melitaea varia Mever -Dürr razza varissima Vrty e razza piana Higgins: In seguito alla scoperta fatta da Reverdin che 1’ armatura genitale maschile di questa farfalla è molto diversa da quella della parthenoides Kef. (= parthenie Stdgr. et auctor. nec Borkhausen), di cui era sempre stata ritenuta la razza di montagna, si è reso necessario |’ esame di codesti organi in tutte le razze, per stabilire a quale dei due gruppi specifici appartengano. Nè è seguita una sor- presa in rapporto colla razza di alta montagna della Spagna centrale;.che; per l'aspetto e le località, che abita, si sarebbe detta una varia, mentre è risultata una parthenoides molto ben caratterizzata pei genitali. Occorreva, quindi, esa- minare anche la varia dell’ Italia centrale, che poteva riservare una sorpresa analoga: invece, la figura, che qui unisco, di uno dei miei « cotipi » dei Monti Sibillini, permetterà ad ognuno di constatare che si tratta di una varia del tutto simile a quella dello Stelvio, figurata accanto ad essa, per confronto, e tipica. sotto ogni riguardo. Aggiungo sulla tavola anche l’ armatura della razza piana Higgins, propria delle Alpi Marittime, per mostrare che anche essa è una varia, non meno delle altre due, per quanto quest’ altra razza italiana offra un aspetto generale dell’ insetto abbastanza distinto, sia per le sue grandi dimensioni, sia pei colori vivaci, sia per il rovescio più giallo e senza gli spazî di un bianco argenteo. E’ stata descritta nel « The Entomologist », LXIII (1930), p. 153, tav. il, fig. 9 e 10, da esemplari di Limone, sul Col di Tenda, a circa 1400 m., rac- colti dal 12 al 14 luglio, e da una femmina di Tenda, a circa 850 m. E’ forma e razza estrema della razza variabella Vrty, che si estende dalle Alpi Marit- time al Vallese e che è, per dimensioni e per colorito, intermedia fra la piana e la varia tipica delle Alpi orientali, ancora più piccola, scura, scialba e spesso translucida per la squamatura rada. I genitali di piana, che figuro, provengono da uno degli esemplari della magnifica, variabilissima serie, raccolta per me dal compianto Höfer a St. Martin de Vésubie, sul versante francese, verso 1 1600 m.; ivi, più in basso, sotto i 1000, si trova, invece la parthenoides Ket.
Melitaea parthenie Porkhausen (= aurelia Nick.): Accenno, anzitutto, a scanso d’ equivoci sulla specie in questione, che si tratta di quella nota, di solito, sotto il nome di aurelia per un disgraziato errore fatto da Staudinger, nella seconda edizione dei 1871, del suo catalogo, quando si andava delineando con precisione l’esistenza di tre specie in Europa, fin’ allora intraviste vaga- mente, ma che nessuno aveva saputo ancora distinguere con sicurezza. Lo
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Staudinger abbandond, allora, la prima descrizione di Borkhausen, dalla quale risulta chiaramente che questi aveva, già, da mezzo secolo, percepito l’ esi- stenza di una specie distinta dall’ athalia e precisamente di quella che Esper aveva figurata sulla sua tavola 89 e che era stata ribattezzata aurelia nel 1850; questo cambiamento di Staudinger, che nell’ edizione del 1861 aveva, invece, esposto le cose con esattezza, avvenne appunto perchè diversi autori avevanc applicato ‘il nome di Borkhausen alla terza specie, nonostante l’ ammonimento di Keferstein del 1851, che si accorse dell’ errore, in cui si avviava la nomen- clatura, ed aveva cercato di ovviarvi, dando a quest’ ultima 1l nome di parthe- noides. Siccome questo suo atte non fu riconosciuto al suo giusto valore e seguito da Staudinger, tutti, al solito, lo trascurarono, sulle orme di quest’ ul- timo, ed, ora, noi ci troviamo la letteratura di oltre mezzo secolo che tratta di parthenie quando intende parlare della parthenoides e di aurelia quando parla della vera parthenie, per cui, per salvarci da malintesi, siamo costretti ad im- piegare il nome esatto accompagnato dal sinonimo; ciò non toglie che dobbiamo fare questo sforzo e tornare all’ applicazione corretta dei nomi, quale l’avevano stabilita, verso la metà del secolo scorso, Heydenreich e Keferstein, seguiti, poco dopo, da Kirby.
Ciò premesso, affinchè riesca chiaro l’ uso del nome di parthenie, fatto ‘correttamente, debbo, ora, rettificare un errore, purtroppo, commesso dal Dott. Rocci nel suo studio di questa specie e dell’ affine britomartis Assm. in rap- porto alle loro razze italiane. Mentre queste sue ricerche sono un utilissimo contributo alla loro conoscenza, per il paziente esame dei genitali di molte regioni da lui fatto e ben illustrato, con numerose figure schematiche, nel suo ultimo articolo su questo argomento, pubblicato neile nostre Memorie, vol. XI (25 gennaio 1933), i suoi ragionamenti e le sue conclusioni generali sulla clas- sificazione di codeste razze e sui loro rapporti reciproci, in natura e in base ai dati strutturali, devono subire delle modificazioni abbastanza fondamentali, in quanto il Rocci ha preso le mosse da un concetto falso della specie, che è stata riconosciuta distinta, in questi ultimi tempi, tanto daila parthenie = aurelia quanto dall’ athalia, e che lo Suschkin, 1’ Hormuzaki ed io abbiamo identificata coll’ antico, ma trascurato, britomartis Assm. Essa è ormai un’ entità ben defi- nita, al pari delle specie affini, che c’ illudevamo di conoscere, e le ricerche più recenti, fatte da Hormuzaki e da me sui nostri materiali asiatici di molte pro- venienze, ci hanno rivelato che ad essa devono riferirsi tutte le cosidette aurelia di codesto continente, poichè quest’ ultima, a quanto pare, non vi esiste affatto ed. è propria di una zona relativamente ristretta dell’ Europa centrale, dalla Normandia e dal Piemonte. alla Russia occidentale.
L’armatura genitale ‘maschile del grande gruppo specifico britomartis, quale lo ha descritto e figurato, la prima volta, Suschkin nel 1913 (Zeitschr. für wissensch. Insektenbiologie, Bd. IX, p. 323), sotto questo nome, e quale lo ha nuovamente descritto e figurato Reverdin nel 1922 (Bull. Soc. Lép. de Ge- nève, V, p. 28, tav. 1 e 2), sotto il nome di « athalia di Venaria Reale (Torino) », presenta delle caratteristiche che un conoscitore di codesti organi in questo gruppo di Melitaea non può esitare a riconoscere e confondere colle specie affini. Il Reverdin, che non aveva visto i lavori del suo predecessore Suschkin, l’ ha confusa coll’ athalia, perchè non gli sono capitati fra le mani altro che 1 pochi esemplari di Torino, che gli ho mandato io, e, pur avendone rilevato varie
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caratteristiche distintive, rispetto alla athalia e alla sua pseudathalia, essi non bastavano per rivelargli l’ esistenza di una specie ben definita e a larga distri- buzione, quale è risultata poi.
Si noti, però, che il Reverdin l’ aveva sid li un’ athalia e non aveva neppur pensato necessario distinguerla dalla parthenie — aurelia, perquanto la forma delle valve, rotondeggiante, e la forma delle sue apofisi laterali od arpe, tozze e corte e con spine solo sulla metà basale, la ricordino parecchio. La somiglianza all’ athalia vera, però, è ancora maggiore, sia per il tegumen prolungato posteriormente in una forma conica, che termina con due unci a base larga, sia per i denti e le spine dell’ apofisi terminale delle valve, che terminano in due grandi denti, separati da una incisione profonda, e incisi, a loro volta, in modo da presentare varie punte secondarie.
Invece, la parthenie — aurelia ha un tegumen stretto, in senso antero- posteriore, che si presenta quale un ampio arco o un quarto di luna e che, tipicamente, non avrebbe nessuna traccia degli unci sul suc bordo posteriore, ed ha un’apofisi terminale, che presenta due denti disuguali, divergenti e curvi, corrispondenti al dente anteriore dell’ athalia, e un tratto rettilineo, con qualche piccola spina marginale, al posto del dente posteriore dell’ athalia.
Questi caratteri sono illustrati sulla tavola, qui unita, e le differenze sud- dette risultano dal confronto delle figure 9 e 10 della britomartis con le 6, 7 ed 8 della parthenie = aurelia. La figura 9 rappresenta i genitali del mio <« olotipo » dell’ aureliaeformis Vrty, il quale somiglia in modo esattissimo, sia per questi organi che per l’ aspetto dell’ insetto intero, alla figura di Reverdin e ai genitali del britomartis del Tarbagatai di Suschkin:
Rocci non si è reso conto di quello che fosse l’ aureliaeformis di Venaria, da me descritta brevemente nella nota a pag. 186 del Bullettino della nostra. Società del dec. 1916 e collocata, poi, esattamente al suo posto, fra le brito- martis, nell’ Ent. Record del 1930, p. 84. Egli, invece, ha attribuito questo nome mio ed, insieme ad esso, quello di britomartis, a deile forme di parthenie = aurelia, nelle quali ha percepito, con un esame accurato, due minuscole punte chitinose sul margine posteriore del tegumen, probabilmente rudimenti del- l’ uncus, per quanto situate in posizione diversa dalle pue punte enormemente più grandi di quest’ultimo in britomartis, tanto che il Rocci stesso dice, al riguardo dell’ imitatrix Vrty, della Val Susa, che sono tanto piccole da restar sovente nascoste dalle pliche latero-anteriori del tegumen, se la preparazione non è perfetta.
Ben dice il Rocci in queste Memorie, XI, p. 32, che questo insetto è « vicinissimo » all’ aurelia, ma non dice perchè abbia «ritenuto che sia Y aureliaeformis di Verity »; a quanto pare, lo ha creduto per il semplice fatto di averla trovata nei boschi della Venaria. A mio avviso si tratta di una parthenie — aurelia vera e propria, malgrado le minuscole punte osservate dal Rocci, e mi pare che egli abbia, così, stabilito che alla Venaria esistono insieme tre specie: questa (razza imitatrix), la britomartis e i’ athalia eserge helvetica == pseudathalia. Egli stesso ha, infatti, trovato anche il britomartis, e cioè i’ aureliaeformis vera, in codesta località, ma, in conseguenza del suddetto sbaglio iniziale, l ha ritenuta una specie nuova, distintissima, e l’ha rinomi- nata melathalia: confrontando la mia figura 9 colla 10, che rappresenta un cotipo di melathalia, molto gentilmente cedutomi in cambio dal Rocci e da lui
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Stesso preparato, ognuno potrà constatare che si tratta della stessa specie, molto diversa dalle parthenie = aurelia delle figure 6 ad 8.
Secondo Rocci, poi, la figura 8 rappresenterebbe una autentica parthenie — aurelia, perchè è tratta da un esemplare della razza mussinae Costantini, dell’ Emilia, ‘che a questa egli ascrive, assieme alla raethica Frey, alla Zluceria Frühst., all mendrisiota Frühst. e alla carsicola Vrty: queste sarebbero sicura- mente parthenie — aurelia, perchè egli avrebbe constatato che, in esse, il tegumen è privo di uncus. Invece, in Italia, « tutti gli altri complessi di esem- plari somiglianti a quest’ ultima per i caratteri esterni, sarebbero da ascrivere al gruppo specifico seguente, per le caratteristiche genitali », secondo codesto autore. Questo gruppo, che egli separa specificamente e al quale applica il nome di « britomartis (o aureliaeformis) » comprenderebbe: 1’ aureliaeformis Vrty, la ligustica Rocci, la imitatrix Vrty, la verbanica Rocci e la lacustris Rocci; però, la differenza dei genitali, su cui lo fenderebbe, non è, in ultima analisi, che la presenza, non sempre costante, delle puntine, più o meno piccolissime, del tegumen ricordate sopra, come si rileva dalle descrizioni e dalle figure di codesti organi da lui forniteci, con molta accuratezza, in un altro articolo dello stesso anno, a pag. 144, 145 e 152.
Mi permetta |’ amico Rocci di conchiudere che non si tratta, a mio parere, affatto di una distinzione specifica e che nulla la giustifica: tutte le caratteri- stiche della parthenie — aurelia sono presenti, compresa la forma del tegumen e l’aspetto dell’ apofisi terminale delle valve, cui abbiamo accennato e che ognuno potrà osservare nelle figure 6 e 7 di esemplari di imitatrix della Val Susa, confrontandola colla fig. 8 suddetta, riconosciuta tipica anche dal Rocci. Anche la athalia helvetica presenta sia individui, sia razze intere di estese
regioni, senza uncus ed altri, al contrario, con un piccolo uncus, eppure non è nemmeno lontanamente il caso di pensare che costituiscano, per questo, due specie; così, a più forte ragione, è delle differenze, assai meno cospicue, della | parthenie — aurelia, che si prestano, tutt’ al più, a una divisione sistematica delle sue razze nei due gruppi, rispettivamente con o senza puntine chitinose.
La classificazione specifica si presenta, dunque, Bin semplice di quanto
l’abbia esposta il Rocci, per la fusione del suo gruppo, che potrebbe dirsi del-
l’ imitatrix, con quello della parthenie = aurelia, mentre il suo nome di mela- _thalia sparisce specificamente, identificandosi con aureliaeformis e quindi con britomartis.
Devo cogliere questa occasione per segnalare la scoperta di un’ altra razza italiana di parthenie = aurelia fatta da L. Rocca nelie Alpi Carniche e precisamente a Le Piane, in Val Pesarina a m. 1600, 1°8 luglio; si tratta ‘della più melanica, che contrasta colla rhaetica, e che può, senz’ altro, rife- rirsi alla valsunga Frhst., descritta dalla Baviera meridionale, ma assai diffusa nelle Alpi orientali ud
Devo pure aggiungere che la supposizione, espressa dal Ronei a pag. 38 del XI volume di queste Memorie, secondo la quale alcuni piccoli esemplari di athalia, da me raccolti a Boscolungo, nell’ Appennino Pistoiese, debbanc essere dei ligustica Rocci, non è esatta, perchè essi sono degli helvetica forma tenui- cola Vrty e, per di più, io ho ricercato le altre specie di questo gruppo, in modo speciale, in codesta regione e non ne ho trovate altre, per cui la parthenie = qurelia sembra limitata, nell’ Emilia, alla bassa collina.
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In quanto al nome di melathalia Rocci, perquanto, in senso specifico largo, sia, come abbiamo visto, un sinonimo di britomartis e in senso più stretto di aureliaeformis, poiché la serie di cotipi, figurati da Rocci nel voi. X di queste Memorie, tav. II, proviene dal Ticino (Turbigo, Galliate e Soria), esso potra servire per designare codesta razza locale, che differisce dalla mia serie di aureliaeformis della Venaria, sia per il maggior melanismo di alcuni individui, simili alla imitans Vrty e alla seminigra Seitz dell’ Asia, sia per la disposizione dei disegni neri della maggioranza, che non presentano la disposizione a reti- colato regolare, simile alla parthenie = aurelia, predominante nell’ aureliae- formis di Torino e quale la figura Reverdin, l. c., tav. I, fig. 9, ma somigliano invece, maggiormente all’ athalia, e corrispondono in ciò alla centralasiae
Wunth. = mongolica Stdgr. (omonimo), che sappiamo, ora, appartenere anche essa alla britomartis, oppure somigliano alla diamina Lang = dictynna Esp. razza wheeleri Champ. = briantea Trti di codesta stessa località (forma
dictynnaesimilis Rocci). Che la melathalia del Ticino abbia due generazioni annue mentre l’aureliaeformis di Torino ne ha una sola, come ha rilevato Rocci, non ci deve sorprendere, poichè altre specie presentano una differenza analoga, a seconda della località: parthenie — aurelia, diamina, phoebe, cinxia, etc.
In seguito a quanto abbiamo esposto sopra, le figure istruttive pubblicate dal Rocci nel vol. XI, da pag. 140 a 152, devono essere interpretate come segue per acquistare il loro vero significato: IVb: parthenie = aurelia; V in alto, a destra: ıd.; VI: id. e id.; VII c: britomartis; e: parthenie = aurelia; VIII, 2 e 3: britomartis; 4, 5 e 6: parthenie = aurelia; X: britomartis e britomartis; XI a: helvetica; b: britomartis e precisamente aureliaeformis; XII: in alto, a sinistra: parthenie = aurelia; a destra: id.; in basso: id. (tutte e tre con puntine chitinose del tegumen più accentuate perfino di quanto non lo siano, di solito, nell’ imitatrix, ma con spiccatissimi caratteri di parthenie nell’apofisi terminale).
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SPIEGAZIONE DELLE FIGURE DELLA TAV. II
1. Hipparchia fagi Scop. razza alcyoneformis Vrty. Olotipo.
2. H. alcyone Schiff. razza latevittata Vrty. Olotipo.
3. Melitaea varia Mayer-Dür (Stelvio).
4, id. razza piana Higgins (St. Martin de Vésubie).
5. id. razza varissima Vrty (Monti Sibillini). Cotipo.
6. M. parthenie — aurelia razza imitatrix Vrty (Oulx). Cotipo.
7 id. id. (Monte Musiné).
8 id. razza mussinae Costant. (Reggio Emilia). Cotipo. 9. M. britomartis Assm. razza aureliaeformis Vrty (Venaria). Olotipo.
0 id. razza melathalia Rocci (Turbigo). Cotipo.
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Dott. GIAN MARIA GHIDINI
Istituto di Anatomia e ‘Fisiologia comparate R. Università di Pavia - Direttore Prof. M. Vialli
REVISIONE DEL GENERE BOLDORIA JEANNEL (Coleoptera - Bathysciinae)
Come ho avuto modo di accennare in un mio recente lavoro (1936) l’idea che il sottogenere Boldoria, elevato a genere nella presente memoria, non fosse omogeneo si è andata confermando grazie ad uno studio più accurato ed al con- corde parere dei chiari colleghi Dott. F. Capra ('), A. Dodero (Genova) e Prof. G. Miller (Trieste), che qui ringrazio per i suggerimenti offertimi.
Fin dal 1911, nella sua revisione dei Bathysciinae, il Dr. Jeannel rilevava un netto distacco fra la Bathysciola Robiatii Reitter e le altre specie del genere per alcuni caratteri che lo indussero nel 1924, eleggendo a specie tipica la B. aculeata, a fondare il sottogenere Boldoria.
Alle specie note nel 1924 (B. Robiatii Reitter, B. Krügeri Miller, doderoana Jeannel, aculeata Jeannel, bergamasca Jeannel) altre se ne aggiunsero in seguito (B. Allegretti Jeannel,Binaghii Jeannel, breviclavata Müller) e tre nuove (B. evasa Ghidini, Vestae Ghidini, Ghidinii Lona) sono state descritte recentemente.
Ad eccezione della doderoana Jeannel che vive sotto sassi interrati, tutte le altre specie sono cavernicole e sono distribuite in una area relativamente piccola che va, per quanto si conosce a tutt’ oggi, dalla sponda occidentale del Lago di Garda a quella orografica sinistra del fiume Dora Baltea.
Tale area però può dividersi in tre zone minori e cioè: una orientale con un gruppo di specie a carena mesosternale lunga (Vestae, Allegrettii, brevi- clavata, aculeata, Ghidinii), una centrale con specie a carena mesosternale breve ed una occidentale rappresentata solo da B. doderoana che presenta carat- teri ancestrali di una certa importanza.
Questi soli caratteri non mi avrebbero indotto a modificare la sistematica delle specie se altri non ve ne fossero e anche questi di notevole valore.
Osserviamo dapprima il gruppo delle specie orientali comprese fra la sponda occidentale del Lago di Garda ed il fiume Mella. In esse troviamo una carena mesosternale prolungata oltre tutto il metasterno ed osserviamo) che l'organo copulatore maschile è fortemente piegato dal lato ventrale con un apice finemente appuntito. In questo gruppo poi |’ estremità delle tibie meso e metatoraciche sono tutte munite di un cestello di spine piatte regolarmente accollate. Il gruppo appare così assai naturale e, per ragioni che dirò in seguito, tale lo considero anche rilevando come a differenza delle altre tre specie i maschi di B. aculeata non abbiano i tarsi anteriori dilatati. Propongo di consi- derare queste specie come Boldoria sensu stricto.
Nel gruppo centrale (B. Krügeri, evasa, bergamasca, Binaghii, Robiatti) troviamo che la carena mesosternale non raggiunge mai il margine posteriore del metasterno, ma è breve e spesso non ne ricopre che la base, in più il pene
(1) Devo un grazie particolare al Dr. Capra F. che mi ha largamente aiutato con la sua cortesia, pazienza e competenza alla stesura di questo lavoro.
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non è mai fortemente ricurvo, ma quasi rettilineo e presenta un apice tronco, vorrei dire, camuso; i tarsi anteriori dei maschi non sono mai dilatati ad ecce- zione che in Robiatii dove essi si presentano un poco ispessiti. Propongo di raggruppare queste specie nel nuovo sottogenere Pseudoboldoria anche perchè esse come già ho messo in evidenza (1936) mostrano un cestello tibiale incom- pleto, atroficc, con spine lanceolate non uniformemente accollate.
Per la specie più occidentale, B. doderoana, propongo il nuovo sottogenere Archeoboldoria prendendo in considerazione la forma particolare del pene e dell’ armatura setale degli stili, la presenza di una marcata stria suturale sulle elitre ed il suo habitat infralapidicolo che a parer mio sono caratteri ‘ancestrali.
Esistono legami filogenetici fra questi tre gruppi? Ritengo fermamente che la struttura del pene parli chiaro in proposito sia per la generale presenza dell’ armatura chitinosa ad Y del sacco interno, sia per l’ analogia morfologica che esso presenta nei vari gruppi di cui il più profondamente modificato è l’ orientale cioè Boldoria s. str..
Raggruppando in un genere distinto le Boldoria intendo avvalorare quel compiesso di fattori geografici che ha relegato alle Alpi Meridionali le specie fino ad oggi conosciute e con i nuovi sottogeneri fissare le tappe o meglio il risultato dell’ evoluzione di una specie forse affine a B. doderoana.
Come già Jeannel infatti ebbe a far notare, lo studio comparato delle specie ipogee ed epigee dei Bathysciinae mette in risalto notevolissime somi- glianze fra i due gruppi sì da indurre lo studioso a ritenere che le prime deri- vino dalle seconde. Quest’ ultime, appunto perchè epigee hanno sicuramente avuto una larga possibilità di migrazione fin dalla loro origine, da quando cioè le specie filogeneticamente giovani, diffondendosi dal loro centro di origine, si spingevano a colonizzare località via via più lontane, ma sempre con caratte- ristiche ambientali contenute in quel determinato intervallo di variabilità all’ infuori del quale non era possibile la loro sussistenza. E’ logico ammettere oggi che queste aree di diffusione siano avvenute nel senso dei paralleli, se- condo fasce più o meno late, anzichè secondo una linea meridiana poichè in questo caso le variazioni d’ ambiente assai maggiori dovevano costituire per le specie una vera e propria barriera naturale. La diffusione quindi avrà dovuto avvenire o da Est ad Ovest o viceversa; lo studio della distribuzione geografica delle Boldoria fornirà un nuovo piccolo dato di fatto in appoggio alla già for- mulata teoria secondo la quale i Bathysciinae in genere avrebbero migrato da oriente verso occidente.
A questo modo di vedere si giunge con alcune considerazioni di carat- tere evolutivo. Con l’imaginazione si risalga nel tempo alla specie madre (') da cui probabilmente sono discese le specie oggi presenti; ci si riporterà così ad una specie filogeneticamente giovane che racchiude cioè in potenza nel pro- prio germen una possibilità di differenziazione più o meno grande, ma sempre notevole, capace di estrinsecarsi in forme nuove indipendentemente dall’ am- biente. Intendo dire con questo che l’ ambiente non deve aver agito come deter- minante di queste mutazioni, ma esclusivamente come elemento ad esse anta- gonista, dominatore per alcune che sono scomparse perchè incapaci a vincerlo,
(1) Per quanto la terminologia qui usata risenta dell’ ipotesi ologenetica del Rosa, è fuori discussione che ad essa non possono riferirsi i fatti qui discussi perchè ‘troppo relativamente recenti.
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dominato da altre che appunto per questo hanno continuato a vivere. La pro- spettiva filogenetica di una determinata specie sarà naturalmente massima quanto più la specie è giovane, esaurendosi in seguito a poco a poco con il dare un numero sempre minore di mutazioni fino a divenire specie terminale e cadere così nella stasi evolutiva, nella incapacità cioè di evolversi ulterior- mente. Se ora si mettono in rapporto le due tendenze della specie, l’ una al diffondersi, l’ altra ad esaurire nel tempo la propria potenza filogenetica, si verrà alla conclusione che quanto più ci avviciniamo al centro di diffusione, ossia all’ origine, troveremo un sempre più alto numero di specie o di sotto- specie, tra loro somigliantissime magari perchè derivate da un unico ceppo. Dalla direzione di rarefazione delle specie si potrà dedurre di conseguenza la direzione di diffusione. Se ora consideriamo la distribuzione di Boldoria no- tiamo che esse sono addensate verso oriente con specie tutte cavernicole men- tre verso occidente vanno rarefacendosi e la specie più occidentale è tuttora
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Carta di distribuzione del gen. Boldoria nelle prealpi italiane.
epigea: Boldoria doderoana rappresenterebbe per cosi dire la specie di punta capace di continuare quella marcia che una lontanissima progenitrice iniziò millenni or sono e che le specie sorelle, relegate nell’ ambiente cavernicclo, non possono più effettuare.
E’ seguendo questo modo di vedere che sono indotto a ritenere che il gruppo delle Boldoria s. str. sia il più profondamente modificato e ad inter- pretare in B. aculeata la non dilatazione dei tarsi anteriori maschili come carat- tere ancestrale e che perciò questa specie segni un passaggio fra le specie più evolute a carena mesosternale lunga e quelle a carena corta.
Come dicevo la densità delle Boldoria è maggiore ad oriente: ben sei sono le specie comprese fra il Lago di Garda e quello di Iseo; localizzate in valii distinte, esse presentano a volte una stessa specie quale abitatrice di cavità diverse, ma sempre appartenenti allo stesso gruppo montuoso. Procedendo quindi verso occidente troviamo la B. Kriigeri Miller sul versante orografico destro della valle Camonica, poi la B. bergamasca e Binaghii fra il Fiume Brembo e il Lago di Lecco, la B. Robiatii sulla sponda occidentale del Lago di Como ed infine la B. doderoana nel Biellese.
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Due di queste specie furono trovate in cavità artificiali: la B. evasa nel Buco dei Morti di Demo (Valle Camonica) che è una miniera di ferro abban- donata presso Forno d’ Allione, e recentemente B. Ghidinii Lona nei sotter- ranei dei Castello di Brescia. Tali reperti sono di un certo interesse perchè vengono ad infirmare opinioni già espresse nei riguardi dell’ assoluto isola- mento delle colonie dei Bathysciinae. Non sono infatti completamente d’accordo con Jeannel (1911, p. 117) su questo delicato punto di vista perchè pur non ammettendo per i Bathysciinae una così larga possibilità di colonizzazione endogea come la mostrano ad esempio i Trechinae, sono portato a credere che anche per essi, sia pur limitatamente, siano possibili migrazioni ed apporti di fauna dall ambiente endogeo a quello cavernicolo e viceversa. Come si spie- gherebbe infatti la presenza di B. evasa in una profonda cavità artificiale sca- vata in un terreno non traversabile, in una regione cioè dove mancano le cavità naturali, senza ammettere che essa sia giunta attraverso minute fessure del terreno, di cui aveva fatto il suo primo rifugio, trovando in ner nuovo ambiente condizioni favorevoli alla sua sussistenza ?
E questo dico perchè è ostico pensare che in un lasso di tempo relativa- mente breve una fauna infralapidicola abbia potuto affrontare in pieno 1’ am- biente cavernicolo o che abbia potuto risalire una valle spostandosi dai terreni inferiori traversabili del medolo e della dolomia a quelli superiori, scisto-cri- stallini, compatti e non fessurati.
Come si è visto la fascia di distribuzione delle Boldoria s. 1. descrive staccandosi dalla sponda occidentale del Lago di Garda un ampio arco rag- giungente la Dora Baltea; ricerche più accurate porteranno certo alla scoperta di altre specie o sottospecie il cui riconoscimento, spero, verrà facilitato da questo mio lavoro e colmerà quelle lacune che fin da oggi sono prevedibili specialmente perchè in. alcune zone le ricerche speleologiche non sono state molto intense.
Genere BOLDORIA Jeannel
Jeannel, 1924, Arch. Zool. Expér. Gén., 63, p. 80; Porta, 1926, Fauna Coleopt. Ital., II, p. 304; Ghidini, 1936, Le Grotte d’ Italia, serie II, 1, 102.
Specie tipica: B. aculeata Jeannel.
Colorazione variabile dal testaceo chiaro al rosso ferrugineo scuro. Forma alquanto convessa, regolarmente ellittica, a volte debolmente attenuata in addietro. Occhi completamente obliterati. Antenne inserite sul terzo medio della testa, notevolmente allungate, con primo articolo lungo quanto il secondo, IX e X non mai trasversi, XI sempre più lungo del precedente.
Testa retrattile.
Pronoto convesso e largo, a lati regolarmente arcuati, quasi sempre con la maggior larghezza alla base che presentasi sinuata; superficie con micro- scoltura a maglie più o meno larghe. Mesosterno con un’ alta carena, prolun- gata più o meno estesamente sul metasterno e sempre di ugual spessore, con tenue pubescenza; margine ventrale della carena mesosternale regolare, non dentato.
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| BOLDORIA 55 Elitre con scoltura costituita da punti a raspa allineati trasversalmente in striole tra di loro subparallele per quanto abbastanza irregolari; da ognuno di questi punti staccasi un peluzzo più lungo della interstria posteriore su cui si adagia. Interstrie sia liscie, sia con evidente microscoltura. Pigidio nascosto sotto l’ apice delle elitre. — Zampe gracili, finemente pubescenti. Tibie anteriori inermi, cioè senza
| piccole spine sul margine esterno; le medie e le posteriori invece sono spinu-
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lose; apice di tutte le tibie munito di speroni, un paio all’interno dentati o pet- tinati ed un paio all’ esterno senza denti; tibie medie e posteriori con un cestello apicale più o meno completo di spine lanceolate. Tarsi anteriori del maschio con cinque articoli, affatto dilatati in alcune specie in altre notevolmente, ma in questo caso il primo articolo non è mai più largo dell’ estremità della tibia.
Organo copulatore maschile robusto, più o meno arcuato dal lato ven- trale; fondo del sacco interno con un’armatura chitinosa ad Y. Stili laterali molto sottili indistintamente ingrossati all’ apice, sempre con tre setole disposte in modo vario (B. Ghidinii presenta invece quattro setole).
Fig. I. — Estremità delle tibie mesotoraciche di: 1 - Boldoria aculeata Jeann.; 2 - B. (Pseudoboldoria) Robiatii Reitt.; 3 - B. (Pseudoboldoria) bergamasca Jeann.; 4 - B. (Archeoboldoria) doderoana Jeann.
Propongo di dividere il genere come segue:
A - Specie con stria suturale delle elitre completa. Organo copulatore rego- larmente attenuato all’ apice, senza strozzature. Stili con una setola diretta medialmente inserita molto prima della loro estremità.
Subgen. ARCHEOBOLDORIA nov.
AA - Specie con stria suturale assente o incompleta. Stili con armatura setale raccolta alla loro estremità. Organo copulatore più o meno strozzato all’ apice.
B - Carena mesosternale con una lunga apofisi oltrepassante il metasterno. Tibie medie e posteriori con cestello apicale completo e speroni interni solo dentati.
Subgen. BOLDORIA s. str.
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G. M. GHIDINI
BB - Carena mesosternale con apofisi posteriore estesa al massimo sul quinto
basale del metasterno. Tibie medie e posteriori con cestello apicale irregolare o atrofico; speroni interni pettinati. Subgen. PSEUDOBOLDORIA nov.
Sottogenere BOLDORIA s. str.
Specie tipica B. aculeata Jeannel. Specie orientali cavernicole a carena mesosternale assai lunga raggiun-
gente o oltrepassante con la sua apofisi il margine posteriore del metasterno. Cestello apicale delle tibie medie e posteriori assai regolare (fig. I, 1); speroni interni con due o tre denti solamente; maschi a tarsi anteriori dilatati (fa ecce- zione B. aculeata Jeannel). Organo copulatore maschile fortemente arcuato dal lato ventrale, strozzato all’ apice in una punta più o meno acuta.
ND —
14
15
(10) Tarsi anteriori di quattro articoli: 2 2.
(9) Ultimo articolo delle antenne lungo o più lungo dei due precedenti presi assieme. (6) Antenne con funicolo ad articoli allungati. (5) Ultimo articolo delie antenne subcilindrico, molto più lungo dei due precedenti presi assieme. Lungh.: 1,8 - 2,2.
Boldoria Allegrettit Jeannel (4) Ultimo articolo delle antenne fusiforme, non più lungo dei due prece- denti riuniti. Lungh.: 1,8- 2,1.
| Boldoria Vestae Ghidini
(3) Articoli del funicolo brevi.
.(8) Decimo articolo delle antenne poco più lungo del nono. Apofisi meso- N
sternale oltrepassante il margine posteriore del metasterno. | Boldoria aculeata Jeannel (7) Decimo articolo delle antenne notevolmente più lungo del nono. Apo- fisi mesosternale raggiungente il margine posteriore del metasterno. Bolderia Ghidinii Lona (2) Ultimo articolo delle antenne più breve dei due precedenti riuniti.
Boldoria breviclavata Miiller (1) Tarsi anteriori di cinque articoli: & 4.
(16) Tarsi anteriori dilatati. (15) Primo articolo dei tarsi anteriori molto più lungo del secondo. (14) Ultimo articolo delle antenne più breve dei due precedenti riuniti. Mar-
gine anteriore della carena mesosternale obliquo. Boldoria breviclavata Müller
(13) Ultimo articolo delle antenne lungo quanto i due precedenti riuniti.
Margine anteriore della carena mesosternale verticale. Boldoria Vestae Ghidini
(12) Primo articolo dei tarsi anteriori poco più lungo del secondo. Ultimo
articolo delle antenne molto più lungo dei due precedenti presi assieme. Carena mesosternale a margine anteriore verticale.
Boldoria Allegrettit Jeannel
BOLDORIA i (ssit*” Be rors ty DENT
16 (11) Tarsi anteriori non dilatati; con primo articolo lungo quasi quanto il secondo. Articoli del funicolo brevi. i7 (18) Apofisi deila carena mesosternale oltrepassante il metasterno. Stili con tre setole. Boldoria aculeata Jeannel 18 (17) Apofisi della carena mesosternale raggiungente il margine posteriore
del metasterno. Stili con quattro setole. | Boldoria Ghidinii Lona
Boldoria Vestae Ghidini, 1936, Le Grotte d’Italia, serie II, vol. 1°, p. 104.
(Fig. II, 1-5)
Tipo: Grotta Cuel Sant n. 172 Lo.; (Coll. Ghidini).
Specie regolarmente ellittica, larga, a colorazione testacea scura. Lun- ghezza mm. 1,8-2,1.
Antenne lunghe raggiungenti la metà del corpo; articoli del EL esili, clava alquanto compressa; primi due articoli ua subeguali in lunghezza, circa tre volte più lunghi che larghi; III - VI ugualmente lunghi, piccoli e molto delicati; VII molte robusto, subconico, circa una volta e mezzo più lungo che largo; VIII piccolissimo, subsferico; IX e X uguali, lunghi quanto larghi; XI lungo quanto i due precedenti presi assieme. Pubescenza delle antenne nor- male. Palpi a secondo articolo alquanto allargato all’ apice.
Pronoto trasverso, quasi due volte più largo che lungo, molto allargato posteriormente, a lati quasi rettilinei nella porzione anteriore, arrotondati alla base; massima larghezza del pronoto in prossimità della base. Reticolo micro- scopico a maglie abbastanza larghe.
Elitre non attenuate all’ apice, circa due volte e mezzo più lunghe fe larghe; apice delle elitre arrotondato; stria suturale mancante; striole trasver- sali ad intervalli lisci, privi di evidente microscoltura, lucidi. Pubescenza bionda lunga e folta. Carena mesosternale alta con apofisi spinosa lunga, sorpassante il margine posteriore del metasterno; angolo anteriore arrotondato, subretto; margine ventrale: sottile finemente pubescente.
Zampe sottili gracili; tibie intermedie e posteriori spinose, le anteriori
inermi. Tarsi anteriori del maschio dilatati, ma non più larghi della sommità della tibia; primo articolo robusto, bilobo, più lungo dei due successivi presi assieme. |
Organo copulatore maschile fortemente curvato dal lato ventrale; apice arrotondato e terminante con una punta molto acuta. Stili sottili.
Corologia. — Specie cavernicola, simile a B. Allegretti Jeann., localiz- zata in una grotticella a media altitudine sulla sponda occidentale del Lago di Garda. Probabilmente la sua area di diffusione è compresa fra la sponda occi- dentale del Garda e il fiume Chiese.
Lombardia: Provincia di Brescia: Grotta Cuel Sant n. 172 Lo. in Val Vesta sopra Toscolano, scavata in terreno calcareo.
Boldoria Allegrettii Jeannel, 1930, Bull. Soc. Ent. France, n. 14, p. 226.
(Fig. II, 6-10)
Tipo: Grotta Bus de la Lul n. 125 Lo. (Coll. Jeannel).
Specie ellittica allungata simile a B. aculeata Jeann.. Colorazione testacea pallida. Lunghezza mm. 1,8 - 2,2.
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Fig. II — 1 - Boldoria (s. str.) Vestae Ghid. a3 2 - pene visto dal fianco sinistro; 3 - apice del pene visto dall’ alto; 4 - estremità dello stilo destro visto da sotto; carena mesosternale vista dal fianco sinistro.
6 - Boldoria (s. str.) Allegrettii Jeann. a 7 - pene
apice del pene visto dall’ alto; 9 - estremità dello stilo carena mesosternale vista dal fianco destro.
visto dal fianco sinistro; sinistro visto dall’ alto;
. (9)
8 10
BOLDORIA 59
Testa con antenne molto lunghe oltrepassanti di buon tratto la metà del corpo, assai più slanciate che in aculeata. Articoli del funicolo esili, lunghi più di due volte la ioro larghezza; VII articolo due volte e mezzo più lungo che largo; VIII piccolo, globoide; IX e X quasi due volte più lunghi che larghi; XI molto lungo subcilindrico a punta conica, più lungo dei due articoli prece- denti presi assieme. Articoli della clava schiacciati, larghi, ad articolazioni molto libere. Pubescenza delle antenne abbondante.
Pronoto alla base della larghezza delle elitre, tenuamente arcuato ai lati; la sua larghezza maggiore è in corrispondenza della base.
Elitre allungate simili a quelle di B. aculeata, ma proporzionalmente più brevi, a lati regolarmente arcuati, affatto attenuate posteriormente; stria sutu- rale assente. Intervalli delle striole trasverse con reticolo microscopico non evi- dente. Carena mesosternale lunga con apofisi spinosa posteriore oltrepassante il metasterno; angolo anteriore subretto, ma arrotondato; la carena è assai più alta che in aculeata. |
Zampe gracili; tarsi anteriori del maschio dilatati; primo articolo largo quanto l’ apice della tibia.
Organo copulatore maschile simile a quello di aculeata, ma meno forte- mente arcuato; apice più ricurvo ventralmente e più strettamente ogivale. Stili assai sottili, alquanto ingrossati all’ apice che porta le solite tre setole.
Corologia. — Specie cavernicola di bassa quota. Conosciuta di una sola grotta dove vive alla base di un lastrone di calcare fra detriti di guano; rinvie- nesi abbondante a volte mentre altre è rarissima.
Lombardia: Provincia di Brescia, Grotta Bus de la Cula n. 125 Lo. nei pressi di Casalicolo a pochi Km. da Gavardo.
Boldoria breviclavata Müller, 1931, Atti Mus. Civ. St. Nat. Trieste, XI, p. 197.
(Fig. III, 1-5)
Tipo: Grotta Negondol di S. Vito n. 54 Lo. (Coll. Miiller).
Specie regolarmente ellittica, larga, per nulla attenuata posteriormente. Colorazione testacea. Lunghezza: 2-2,2 mm.
Antenne robuste oltrepassanti la metà del corpo: clava alquanto com- pressa ai lati; articoli del funicolo più esili che in aculeata; primo articolo delle antenne alquanto più lungo del secondo; III - VI quasi di ugual lunghezza, circa due volte e mezzo più lunghi che larghi; VII molto robusto, subconico, due volte più lungo che largo; VIII piccolo subsferico, lungo quanto largo; IX e X ingrossati quasi lunghi quanto larghi, subeguali; XI breve piriforme lungo circa una volta e mezzo la sua larghezza. Pubescenza delle antenne molto folta. Palpi mascellari e secondo articolo molto allargato, conico a lati arrotondati, solo due volte più lungo che largo.
Pronoto a lati regolarmente arcuati; alla base largo poco meno di due volte ia sua lunghezza; massima larghezza un poco prima della base che è larga quanto le elitre. Reticolo microscopico dei tegumenti a maglie larghe contenenti ognuna un punto setigero abbastanza marcato.
Elitre allungate quasi due volte e mezzo più lunghe che larghe, regolar- mente arcuate fino all’ apice che è arrotondato. Stria suturale assente; superficie delle elitre con striole trasverse grossolane e notevolmente spaziate; intervalli delle striole senza microscoltura, lucidi. Pubescenza normale lunga e folta, cori-
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Fig. II — 1 - Boldoria (s. str.) breviclavata Müll. ê 5 2 - pene visto dal fianco destro; 3 - apice del pene visto dall’ alto; 4 - estremità dello stilo destro visto dall’alto; 5 - carena mesosternale vista dal fianco destro.
6 - Boldoria (s. str.) aculeata Jeann. & ; pene visto dal fianco sinistro; 8 - apice del pene visto dall’ alto; 9 - estremità dello stilo destro vista dall’ alto; 10 - carena meso- sternale vista dal fianco sinistro.
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cata. Carena mesosternale non molto alta, con una lunghissima apofisi poste- riore prolungantesi oltre il metasterno fin sopra il primo sternite addominale; angolo anteriore ottuso, margine anteriore quindi notevolmente obliquo, dolce- mente arcuato; margine ventrale liscio, alquanto sinuoso, con sparsi peli.
Zampe gracili; tibie medie nel maschio alquanto sinuate. Tarsi anteriori nel maschio fortemente dilatati, larghi quanto |’ estremità della tibia; loro primo articolo assai più lungo del secondo e alquanto più largo; tarsi poste- riori ed intermedi molto allungati con primo articolo lungo quanto i tre suc- cessivi assieme.
Organo copulatore maschile robusto, fortemente piegato dal lato ventrale; apice a becco regolarmente ogivale, ma strozzato in una punta breve ed acuta. Stili molto sottili alquanto ingrossati all’ apice, questo porta tre setole di varia lunghezza: la più lunga è apicale, la media subapicale e la minore è inserita alquanto più in basso diretta medialmente.
Corologia. — Specie cavernicola rinvenuta sempre fra abbondante pie- trame commisto a minime quantita di humus. Fu raccolta sia d’ inverno che d’ estate in cavità di media e bassa altitudine.
Lombardia: Provincia di Brescia, Grotta Negondol di S. Vito n. 54 Lo.; Buco del Trinale n. 41 Lo.; cavità queste situate nel rilievo di M.te Madda- lena a N. di Brescia; la specie è stata però rinvenuta anche nel Pozzo di M.te Zucco n. 147 Lo. presso Serle a 15 Km. ad Est di Brescia. La sua diffusione sembrerebbe limitata alla regione compresa fra il fiume Garza e il Chiese.
Boldoria Ghidinii F. Lona, 1937, Boll. Soc. Ent. It., LXIX, p. 92.
(Fig. IV, 1-4)
Tipo: Sotterranei .del Castello di Brescia (Coll. Ghidini).
Lunghezza mm. 1,8.
Specie a colorazione testacea; forma larga nella 9 e ad elitre regolar- mente arcuate; allungata nel 4 con lati delle elitre alla base quasi paralleli.
Antenne lunghe; II articolo slanciato lievemente più lungo del primo, circa tre volte più lungo che largo; articoli del funicolo brevi, III più lungo dei seguenti presi separatamente, lungo poco più di due volte la sua larghezza; IV-VI brevi e subeguali; VII piriforme lungo uno e tre quarti la sua larghezza; VIII sferoidale; IX meno di una volta e mezzo più lungo che largo; X consi- derevolmente più lungo del IX a lati quasi paralleli, poco compresso; XI leg- germente più corto dei due precedenti presi assieme, a lati quasi paralleli alla base e appuntito all’ estremità. Pubescenza abbastanza folta presente dal secondo articolo.
Pronoto regolarmente arcuato ai lati, fortemente convesso nella 9, poco nel 4. Base del pronoto non più larga delle elitre; pubescenza fine.
Elitre della 9 lunghe poco più di due volte la larghezza e nel & circa due volte e mezzo più lunghe che larghe; apice di ogni elitra arrotondato; stria suturale assente; superficie delle elitre con la solita striatura trasversa; pube- scenza breve e non molto fitta.
Carena mesosternale ad angolo quasi retto col vertice regolarmente arro- tondato; processo spinoso della carena raggiungente il margine posteriore del metasterno (') senza sorpassarlo.
(1) Nella descrizione originale per errore di stampa è indicato mesosterno.
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Zampe gracili; tarsi anteriori del maschio insensibilmente dilatati; tarsi posteriori lunghi con primo articolo molto più lungo del secondo; zampe con evidente e completo cestello apicale; speroni interni con un solo dente.
Organo copulatore maschile arcuato ventralmente; apice regolarmente rastremato a punta di lancia, ma con impercettibile strozzatura all’ estremità formante un bottoncino apicale chitinoso. Stili sottili non ingrossati distalmente e muniti di quattro setole, di cui tre apicali ed una esterna submediana. Il chiaro Dr. Jeannel che gentilmente ha voluto rivedere la specie è del parere che la
Fig. IV — Boldoria (s. str.) Ghidinii F. Lona; 1 - antenna sinistra del a3 2 - estre- mita della tibia e tarso anteriore del a3 3 - apice del pene visto dall’ alto; 4 - estremità dello stilo destro. (F. Lona del.).
quarta setola non sia che il vestigio delle setole marginali degli stili ancor oggi osservabili in alcune specie di carabidi.
Corologia. — Malgrado la presenza di quattro setole agli stili, invece di tre, per tutti gli altri caratteri questa specie deve sicuramente ascriversi alle Boldoria s. str..
Lombardia: Brescia: sotterranei del Castello (Ghidini, Bertossi).
Boldoria aculeata Jeannel, 1924, Arch. N Expér Gem, T::63, pe. 97, 117: Porta; 1926, Fn. Col. It. II, p. 304.
(Fig. III, 6-10)
Tipo: Grotta Tampa di Ranzone n. 3 Lo. (Coll. A. Dodero).
Specie ellittica allungata, più larga la femmina che il maschio. Colo- razione testacea. Lunghezza mm. 1,5 - 1,7.
Antenne robuste oltrepassanti la metà del corpo; clava allungata alquanto compressa lateralmente; articoli del funicolo brevi, abbastanza grossi, lunghi meno di due volte la loro larghezza; I articolo lungo quanto il II; III quasi due volte e mezzo più lungo che largo; IV - VI quasi uguali fra loro, brevi; VII robusto, ovoide, quasi due volte più lungo che largo; VIII molto piccolo
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subsferico lungo circa quanto la metà del seguente; IX una volta e mezzo più lungo che largo, ovalare; X conico leggermente più lungo del precedente; XI molto iungo, finemente appuntito all’ apice, quasi cilindrico nel mezzo, un poco più lungo dei due precedenti riuniti. Pubescenza delle antenne folta e discre- tamente lunga, presente dal secondo articolo in poi.
Pronoto ai lati debolmente arcuato anteriormente e fortemente arroton- dato nella porzione mediana; base indistintamente ristretta, più però nel maschio che nella femmina, alquanto più larga delle elitre; la sua maggior larghezza in prossimità della base.
Elitre allungate quasi due volte e mezzo più lunghe che larghe; poco attenuate all’ apice; la loro maggior larghezza al terzo basale; apice di ogni elitra arrotondato; stria suturale assente; superficie delle elitre con nette strie piuttosto grossolane; interstrie con evidente reticolo microscopico. Pubescenza lunga spessa e fitta. Carena mesosternale bassa e liscia a margine anteriore e ventrale ortogonali fra loro ed angolo compreso regolarmente arrotondato; mar- gine ventrale sottile con qualche peluzzo diretto posteriormente; processo spi- noso della carena prolungato sulla porzione antero-mediana del primo sternite addominale.
— Zampe gracili; tarsi anteriori nel maschio a primo articolo impercettibil- mente più grande del secondo, affatto dilatati; tarsi posteriori allungati lunghi quanto i quattro quinti della tibia corrispondente; primo articolo molto più lungo del secondo. _
Organo copulatore maschile mediocre, piegato quasi ad angolo retto; apice attenuato a becco con estremità appuntitamente ogivale. Stili molto sottili appena ingrossati all’ estremità; questa munita di tre setole di cui una apicale molto robusta e due subapicali meno sviluppate.
La forma dell’ organo copulatore maschile richiama notevolmente quella di B. Allegrettit Jeann., ma da essa la specie è ben distinta sia per la forma delle antenne quanto per i tarsi non dilatati nel maschio.
Corologia. — Sembra localizzata nelle caverne della Lombardia orientale
‘nella zona delimitata fra il fiume Mella e il torrente Garza. E’ conosciuta delle
seguenti cavità: Tampa di Ranzone o Buco del Dosso n. 3 Lo. (M.te Palosso, Costorio); Caverna di Ca Merolta n. 40 Lo. (M.te Faeto, Nave); Bus Soradur h: 152 Lo. (Lumezzane).
Sottogenere PSEUDOBOLDORIA nov.
Specie tipica B. Krügeri Müller.
Specie cavernicola a carena mesosternale corta raggiungente il metasterno ma estesa solo sul suo quinto basale al massimo. Cestello apicale delle tibie medie e posteriori irregolare o atrofico (fig. I, 2 e 3); maschi con tarsi anteriori non dilatati. Organo copulatore maschile debolmente arcuato con apice stroz- zato in una punta tronca, larga e camusa.
. 1 (4) Carena mesosternale ricoprente con la sua apofisi spinosa il quinto
basale del metasterno. 2 (3) Antenne più snelle, gli articoli VII e IX distintamente lunghi più del dop- pio della loro larghezza, XI con la massima larghezza nel terzo distale. B. (Pseudoboldoria) bergamasca Jeannel
mn
TESINA
3 (2) Antenne più brevi, gli articoli VII e IX circa il doppio più lunghi che larghi, XI con la massima larghezza circa alla metà.
B. (Pseudoboldoria) bergamasca ssp. Binaghii Jeannel
4 (1) Carena del mesosterno senza apofisi posteriore o soltanto accennata.
5 (6) Carena mesosternale ad angolo ottuso. IX articolo delle antenne solo due volte più lungo dell’ VIII. Elitre con traccia di stria suturale. Lun- ghezza mm. 1,8 - 2,5. ;
B. (Pseudoboldoria) Robiatii Reitter
6 (5) Carena mesosternale ad angolo subretto. IX articolo delle antenne lungo più di due volte I’ VIII. Elitre senza traccia di stria suturale.
7 (8) Statura del corpo maggiore. Lunghezza 2,5 mm.
B. (Pseudoboldoria) evasa Ghidini
8 (7) Statura del corpo minore. Lunghezza 1,8-2 mm.
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B. (Pseudoboldoria) Krügeri Müller
Fig. V — B. (Pseudoboldoria) evasa Ghid.; 1 - pene visto dal lato sinistro; 2 - apice del pene visto dall’ alto; 3 - apice di uno stilo; 4 - carena mesosternale vista dal lato sinistro.
B. (Pseudoboldoria) evasa Ghidini, 1936, Boll. Soc. Ent. It., LXIX, p. 58.
(Fig. V, 1-4) |
Tipo: Grotta Buco dei Morti di Demo n. 117 Lo. (Coll. Ghidini).
Specie robusta simile a Krügeri Müller. Colorazione testaceo scura. Lunghezza 2,2-2,5.
Testa con antenne lunghe oltrepassanti la metà del corpo. Articoli della clava compressi. Primo articolo lungo quanto il secondo, ma più robusto; III-VI subeguali circa due volte più lunghi che larghi; VII leggermente ingros- sato all’ apice a margini subparalleli, quasi due volte più lungo che largo; VIII globoso, piccolo; IX piriforme, lungo più di due volte il precedente ed alquanto più lungo del X, questo lungo quanto largo; XI un poco più lungo del X a margini quasi paralleli, appuntito all’ apice. Pubescenza delicata e abbondante. Palpi a secondo articolo molto largo all’ apice.
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Pronoto non più largo delle elitre, abbastanza convesso, a lati regolar- mente arcuati, largo due volte la sua lunghezza; superficie con microscoltura a maglie strette. Elitre due volte e mezzo più lunghe che larghe regolarmente arcuate, arrotondate all’ apice. Strie di punti setigeri grossolani con intervalli a distinta microscoltura. Pubescenza bionda abbondante e fitta. Carena meso- sternale breve, non estesa che sul quinto basale dei metasterno; angolo ante- riore con un piccolo dente; margine anteriore arcuato, i’inferiore rettilineo sottile.
Tibie medie e posteriori a cestello irregolare a spine sottili non regolar- mente accollate; speroni interni pettinati quasi come in doderoana Jeannel; tarsi anteriori maschili per nulla dilatati, notevolmente più stretti dell’ apice della tibia, tarsi posteriori compressi molto lunghi.
Organo copulatore maschile robusto, pochissimo arcuato ventralmente, ad apice strozzato ed ogivale; margine dorsale con una leggera gibbosità verso la punta del pene. Stili lunghi quasi quanto il pene, abbastanza robusti alla base, all’ apice più sottili; apice degli stili munito di tre setole la più robusta delle quali è diretta medialmente.
Corologia. — Specie troglobia rinvenuta nella miniera abbandonata chia- mata Buco dei Morti di Demo aprentesi sul versante orografico sinistro di Val Camonica (Prov. di Brescia) e scavata in terreno scisto-cristallino a due Km. circa da Forno d’ Allione. Molto simile a Krügeri Müller.
B. (Pseudoboldoria) Krügeri Muller, 1914, Sitzb. Akad. Wiss., Wien, CXXIII,
Abt. I, p. 1013 (Bathyscia) ; 1919, Boll. Soc. Adriat. Sc. Nat., XXVII, parte 2°,
p. 40; Jeannel, 1924, Arch. Zool. Expér. Gén., Paris, LXIII, pp. 98, 117 (Bol-
doria); Porta, 1926, Fn) Col. It, IL p.304
(Fig. VI, 1-2)
Tipo: Grotta di Cogno n. 1041 Lo. Valle Camonica (Coli. D. Leonhard).
Specie ovale allungata, alquanto convessa, ugualmente ristretta sia in addietro che in avanti. Colorazione testacea chiara. Lunghezza 1,8 - 2 mm.
Testa con antenne abbastanza slanciate. Primi due articoli robusti sub- eguali sia in lunghezza che in larghezza; terzo un poco più lungo del IV; IV - VI ugualmente lunghi; VII largo robusto; VIII subsferico; IX, X, XI larghi; alquanto compressi ma da qualsiasi parte si guardino sempre più lunghi che larghi; nella femmina gli articoli della clava sono alquanto più corti.
Pronoto trasverso, largo quanto le elitre; nel suo quarto basale a mar- gini rettilinei che vanno però facendosi sempre più convergenti verso il margine anteriore. Punteggiatura del pronoto fine.
Elitre senza stria suturale, con apici leggermente deiscenti; striatura tra- sversa alquanto grossolana. Microscoltura della superficie indistinta. Carena mesosternale alta non oltrepassante il metasterno con la sua apofisi posteriore; orlo inferiore rettilineo.
Zampe gracili; tibie medie e posteriori spinose al margine esterno con cestello apicale costituito da spine poco larghe inserite, come in B. doderoana, irregolarmente; speroni interni pettinati. Tarsi anteriori del maschio non allar- gati, molto più sottili dell’ apice tibiale.
Apparato copulatore maschile robusto, poco arcuato ventralmente, ad apice più brevemente ogivale che in evasa. Stili slanciati, sottili con due setole alla
>
punta di cui l’estrema robusta mentre l’interna è assai più corta; una terza
Memorie Soc. Entomol. Ital., Vol. XVI, a
Fig. VI — 1-2 - B. (Pseudoboldoria) Kriigeri Müll. - apice del pene visto dall’ alto
e apice dello stilo sinistro.
3 - B. (Pseudoboldoria) bergamasca Jeann. Q 3 4 - pene visto dal fianco sinistro;
5 - apice dello stilo destro; 6 - apice del pene visto dall’ alto; 7 - antenna destra del 8 - B. (Pseudoboldoria) bergamasca ssp. Binaghii Jeann. - antenna della © (7 IF. Capra del.).
e
a - 8
| BOLDORIA < | 67
| setola, la maggiore, molto robusta, si attacca abbastanza lontana dall’apice dello stilo i. all’interno verso il lato ventrale.
Corologia. — Specie cavernicola molto simile a B. evasa Ghid.. La sua area di diffusione sembra però doversi limitare alla sponda orografica destra del fiume Oglio, mentre evasa ne popolerebbe quella sinistra.
Lombardia: Provincia di Brescia; Val Camonica: Grotta di Cogno n. 1041 Lo.
B. (Pseudoboldoria) bergamasca Jeannel, 1914, Bull. Soc. Ent. France, p. 202 (Speonesiotes); G. Muller, 1919, Boll. Soc. Adriat. Sc. Nat., XXVII, parte oy D. 31 (Bathysciola) : Jeannel, 1924, Arch. Zool. Expér. Gén. Paris, LXIII, pp: 98,117 (Boldoria) : Porta, 1926; En. Col. It TE:p.-80%
(FU, NT, 9-7). | Tipo: Grotta Tomba di Polacco n. 1003 Lo., Bergamo: Rotafuori (Coll. A. Dodero).
Specie regolarmente ellittica a colorazione testacea chiara. Lunghezza 2,2 -2,0 mm.
Testa con antenne slanciate, lunghe, a clava alquanto compressa lateral- mente; articoli del funicolo snelli, lunghi più di due volte la loro larghezza; III ol) notevolmente piü Qu. del IVe del sesuenti-V'e VI: Vil e IX lunghi più di due volte la loro larghezza; VIII un poco più lungo che largo; XI con il diametro massimo al terzo disiale, alquanto più lungo del X.
Pronoto a lati poco ma regolarmente arcuati, non ristretto alla base e della larghezza delle elitre; microscoltura evidente. | Elitre il regolarmente ellittiche, non attenuate posteriormente; ‘alla base con una traccia più o meno evidente di stria suturale. Striole trasverse | di punti dirette quasi perpendicolarmente alla sutura, piuttosto fitte e con inter- Strie a distinta microscoltura.
Carena mesosternale breve con apofisi spinosa posteriore estesa solo sul quinto anteriore del metasterno; angolo anteriore subretto, a vertice smussato, margine inferiore sottile finemente pubescente.
Zampe con tibie medie e posteriori spinulose esternamente all’ apice con ‘cestello assai atrofico; speroni interni pettinati; tarsi anteriori del maschio affatto dilatati. | Organo copulatore maschile pochissimo arcuato ventralmente molto simile a quello di evasa, ad apice però più brevemente strozzato e quindi ad ogiva distale meno allungata. Stili sottili con armatura setale raccolta all’ apice e costi- tuita da una setcla lunga apicale, una breve dorsale poco prima dell’ estremità ed una molto lunga subapicale diretta medialmente.
Corologia. — Specie cavernicola del Bergamasco conosciuta a tutt’ oggi soltanto della grotta Tomba di Polacco n. 1003 Lo..
Ssp. Binaghii Jeannel, 1931, Boll. Soc. Ent. It., LXIII, p. 54; G. Müller, 1932, Boll. Soc. Ent. It., LXIV, p. 11. (Fig. VI, 8) Tipo: Grotta la Ferriera n. 1502 Lo.; Mandello, Provincia di Como (Coll. Jeannel).
‘OS = | G. M. GHIDINI
Differenzia dal tipo per la statura minore del corpo e per una colorazione testacea più scura. Le antenne (fig. VI, 8) sono un poco più brevi e meno snelle; infatti il VII e IX articolo sono lunghi appena due volte la loro lar- ghezza mentre nel tipo sono un poco più slanciati; VIII articolo lungo quanto largo (in bergamasca un poco più lungo che largo). |
Pronoto con identica microscoltura e pubescenza; nel maschio a margini più arcuati che nella femmina.
Elitre pure ugualmente incise ma nella femmina distintamente più convesse.
Organo copulatore maschile, stili e loro armatura setale identici a quelli del tipo.
Corologia. — Cavernicola. Si conosce solo della Grotta la Ferriera n. 1502 Lo. presso Mandello (M. Grigna). | B. (Pseudoboldoria) Robiatii Reitter, 1889, Ann. Mus. Civ. Genova, XXVII, p.
293, (Bathyscia); Ganglbauer, Käf. Mitteleur., III, 1899, p. 108, (Bathyscia);
Jeannel, 1911, Arch. Zool. Expér. Gen. Paris, p. 260, (Bathysciola); Mül-
ler, 1919, Boll. Soc. Adriat. Se. Nat., XXVII, 2°, p. 40, (Bathysciola); Jean-
nel, 1924, Arch. Zool. Expér. Gén. Paris, LXIII, pp. 98, 117 (Boldoria);
Porta, 1926, Fp: Col, Ttal, IL, D. 304; Miiller, 1952, Boll) Soc. Ent. TE, XIX
Die. [Villa, 1859, At. Soc. Geol. Milano, I, p. 345, (Adelops sp.)].
(Fig. VII, 1-2)
Tipo: Grotta Buco dell’ Orso n. 2207 Lo.; Laglio, Provincia di Como (Coll. Mus. Genova).
Specie ellittica depressa, allungata, poco attenuata posteriormente. Cclo- razione testacea chiara. Lunghezza 2 - 2,2 mm.
Antenne lunghe e moito ispessite raggiungenti la metà della lunghezza del corpo. Articoli terminali notevolmente ispessiti e allungati affatto appiattiti; XI articolo una volta e mezza più lungo del precedente; articoli del funicolo subeguali, due volte più lunghi che larghi; VIII lungo quanto largo; IX e X due volte più lunghi che larghi e del doppio più spessi del primo.
Pronoto poco convesso, di ugual larghezza delle elitre, a lati moderata- mente arcuati alla base e a curva regolare senza restringimento di sorta (*).
Elitre due volte più lunghe che larghe, parallele nella loro metà basale poi gradatamente ristrette fino alla estremità che è arrotondata. Pubescenza setosa densa e irregolare. Striole grossolane. Carena mesosternale alta e sot- tile formante un angolo leggermente ottuso a sommità viva e dentata.
Tibie e tarsi anteriori impercettibilmente allargati nel maschio; tarsi poste- riori compressi e lunghi quanto i tre quarti circa delle tibie corrispondenti. Cestello apicale delle tibie medie e posteriori atrofico; speroni interni con quattro denti.
Organo copulatore maschile poco arcuato, lungo quanto la metà della lunghezza del corpo; sommità del pene larga, quadrata, appiattita; stili laterali gracilissimi alquanto più corti del pene, con armatura setale robusta (?).
Corologia. — E’ la più occidentale fra le specie cavernicole finora note. Grotta Buco dell’ Orso n. 2207 Lo., presso Laglio e Pertugio della Volpe presso Cernobbio, ambedue sulla riva occidentale del Lago di Como. ca Ha potuto esaminare un 4 di questa specie per la cortesia dell’ amico rag. Nino Binaghi.
(2) La figura data da Jeannel non corrisponde al vero per quanto riguarda l’apice . del pene.
del pene con il solo stilo sinistro visto dall’ alto; apice dello stilo sinistro.
BOLDORIA | | 69
Sottogenere ARCHEOBOLDORIA nov.
Specie tipica: B. doderoana Jeannel. Specie a carena mesosternale breve; elitre con stria suturale O,
Cestello apicale della tibia presente ma I speroni interni pettinati
(fig. I, 4). Organo copulatore maschile robusto ad apice non strozzato. Un’unica specie fino ad oggi conosciuta.
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Fig. VII — 1-2 - B. (Pseudoboldoria) Robiatii Reitt., apice del pene e dello stilo
destro visti dall’ alto.
3-4-5 - B. (Archeoboldoria) doderoana Jeann., pene visto dal fianco sinistro; apice
B. (Archeoboldoria) doderoana Jeannel, 1924, Arch. Zool. Exp. Gén., Paris, LXIII,
p. 98, 117 (Boldoria); Porta, 1926, Fn. Col. Tak pe BOL he
(Fig. VII, 3-5) Tipo: Santuario di Oropa, Biella (Prov. di Vercelli) (Coll. Dodero). Specie a colorazione testacea scura. Antenne lunghissime oltrepassanti
di buon tratto la metà del corpo; la clava è pochissimo ispessita, notevolmente ‘affilata; funicolo con articoli esilissimi lunghi più di tre volte la loro larghezza;
VIII articolo due volte e mezzo più lungo che largo; IX e X subeguali, molto lunghi; XI terminante a punta acuta, non ingrossato, lungo quanto il X; pube-
‘scenza normale.
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(1) Jeannel (1. c.) scrive B. Doderona grammaticalmente scorretto; nel suo Catalogo
dei Coleotteri Italiani Luigioni corregge in Doderoana che io mantengo scrivendolo però doderoana perchè aggettivato.
70 | ue G. M. GHIDINI
Pronoto a lati notevolmente arcuati, alquanto ristretto alla base; micro- scoltura della superficie a maglie serrate.
Elitre alquanto attenuate posteriormente, più lunghe che in B. bergamasca, con striole trasverse di punti molto grossolane e fitte, quasi ortogonali alla sutura; interstrie con distinta microscoltura. Pubescenza abbondante e lunga.:
Carena mesosternale breve raggiungente solo il quinto anteriore del meta- sterno; angolo anteriore non arrotondato, marcatamente ottuso; margine ante- riore quindi cadente obliquamente sul prosterno; margine inferiore rettilineo.
Zampe a tarsi anteriori non dilatati nel maschio; primo articolo alquanto più lungo del secondo. Cestello apicale delle tibie medie e posteriori VR speroni pettinati.
Organo copulatore maschile robusto, fortemente piegato ad angolo ottuso; apice regolarmente rastremato a punta di lancia; stili larghi alla base, sottili simi nel terzo apicale, ingrossati all’ estremità; loro armatura setale disposta in modo caratteristico e cioè con due setole apicali ed una sottile posta al terzo apicale dello stilo e diretta ventralmente.
Corologia: — Specie sublapidicola. Piemonte: Dintorni del Santuario di Oropa, m. 1180 in luglio; Alpe Finestre, m. 1700 in Val Chiobbia (Val Cervo) (leg. Capra).
BIBLIOGRAFIA
1899 - GANGLBAUER L.: Die Käfer von Mitteleuropa, III Bd., Wien.
1936 - GHIDINI G. M.: Presenza del cestello tibiale nel sottogenere Boldoria Jeann. e descrizione di una nuova specie. (Coleopt. Bathysciinae). - Le Grotte d’ Ita- lia, Serie II, vol. I, pp. 100-105.
1937 - — Nuova specie di Bathysciola cavernicola (Coleopt. Bathykeiinseh, - Boll. Soc. Ent... Ital., LXIX, pp. 58-59;
1911 - JEANNEL R.: Revision des Bathysciinae. - Archiv. Zool. expér. et génér., 5e serie, T. VII, pp. 1-641 (Biospeologica XIX).
1924 - — Monographie des Bathysciinae. - Archiv. Zool. exper. et génér., T. LXIII, pp. 1-436. (Biospeologica L.). 1930 - — Diagnoses préliminaires de quelques Bathysctinae nouveaux. - Bull. Soc. Entom. France, n. 14, pp. 223-229. 1931 - — Trechinae et Bathysciinae nouveaux d’ Italie. - Boll. Soc. Entom. Ital.,
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1937 - Lona F.: Un nuovo Bathysciino italiano. (Coleopt. Bathysciinae). - Boll. Soc. Entom. Ital., LXIX, pp. 92-94.
1929 - LUIGIONI P.: I Coleotteri d’ Italia - Catalogo sinonimico, topografico, biblio- ao - Mem. Pont. Accad. Scienze; I Nuovi Lincei, serie II, vol. XIII,
oma
1914 - MÜLLER G.: Zur Kenntnis der Höhlen- und Subterranfauna von Albanien, Serbien, Montenegro, Italien und des österreichischen Karstgebietes. - Zitzb. Akad. Wiss. Wien, Math.-Nat. Klasse, CXXIII, Abtl. I, pp. 1001-1031 (Eine neue Bathyscia aus Italien, pp. 1013- 1015).
1919 - — Contributo alla conoscenza della fauna cavernicola italiana. - Boll. Soc. Adriat. sc. Nat; XXVII, parte 2°, pp. 37-40. 1931 - — Nuovi coleotteri cavernicoli ed ipogei delle Alpi meridionali e del Carso
adriatico. - Atti Mus. Civ. St. Nat. Trieste, XI, pp. 179-205, ristamp. in Mem. Ist. Ital. Speleol., ser. biol. mem. I, pp. 5-22.
1932 - — Nota su alcuni Bathysciini delle Alpi Orientali. - Boll. Soc. Ent. Ital, LXIV, pp. 11-14.
1926 - PORTA A.: Fauna Coleopterorum Italica, vol. II, Staphylinoidea. Piacenza.
1889 - REITTER E.: Drei neue Silphiden aus Italien. - Ann. Mus. Civ. St. Nat. Genova, XXVII, pp. 293-294.
1859 - VILLA A.: Di un nuovo insetto cieco trovato in una caverna presso Como. - Atti Soc. Geolog. Milano, I, pp. 345-346.
at
Guipo PAOLI
‘NOTE SULLA BIOLOGIA E SULLA FILOGENESI DEI MELOIDI (Coleoptera)
Le prime notizie concrete sulla biologia dei Meloidi si tivo al Newport; prima delle sue ricerche si conoscevano soltanto le larve neonate di alcune Meloe, si erano trovate attaccate al vello di Imenotteri e si erano identificate con Pediculus apis L., Pediculus melittae Walk., Triungulinus adrenatarum Duf.; il Newport invece con i suoi studi incominciati nel 1829 e pubblicati nel 1851 seguì, sia pure con qualche lacuna, lo sviluppo della Meloë cicatricosus (*) da uovo a adulto, dimostrando l’ esistenza di una forma quiescente, alla quale diede il nome di pseudolarva.
Alle ricerche del Newport tengono dietro quelle del Fabre (1857) che segue la biologia dell’ Apalus muralis (Fabre, Sitaris humeralis) e della Meloë cicatricosus e scopre poi (1858) il modo con cui le prime larve di Meloé si attaccano agl’ Imenotteri per farsi trasportare ai loro nidi, colmando così le lacune lasciate dal Newport.
Il Mayet (1875) studia la biologia dell’ Apalus analis, da lui ritenuto nuova specie e descritto sotto il nome di Sitaris colletis.
Fin a questo punto le ricerche erano state dirette verso forme che si svi- luppano in nidi di Imenotteri melliferi, ed in complesso avevano messo in vista diversi fatti, e cioè: che le larve di Meloë schiuse dall’ uovo, hanno una forma del tutto particolare del corpo e specialmente della estremità delle zampe, per il che vennero dette triunguline; che sono agilissime, salgono sopra i fiori ed ivi aspettano gl’ Imenotteri bottinatori, si attaccano ai loro peli, e così si fanno trasportare al nido, abbandonando il vettore al momento in cui esso depone l'uovo; la larva divora |’ uovo, si trasforma in larva di altro aspetto, alla quale gli autori danno il nome di seconda larva e che si nutre del miele; essa è molle e torpida ed ha zampe ridotte; dopo avere esaurito la riserva ed avere raggiunto il completo accrescimento, si muta in una forma contratta, assolutamente immobile a tegumento ispessito, con parti boccali e zampe del tutto rudimen- tali; it Newport le diede il nome di pseudo-larva, il Fabre la chiamò pseudo- crisalide, più tardi il Künckel la disse ipnoteca, nome ora generalmente usato; da questa ha poi origine, in seguito ad una muta, un’altra forma somigliante alla cosidetta seconda larva e che gli autori chiamano terza larva, la quale si trasforma finalmente in ninfa e poi in adulto.
Nell’Apalus muralis (Fabre, Sitaris humeralis) e nell’Apalus analis (Mayet,
(1) Ho seguito di regola la nomenclatura adottata dal Borchman (1917) nel « Coleopterorum Catalogus » edito da Schenkling e Junk; per questo' ho omesso il nome dell’ autore dopo quello” specifico; in molti casi i nomi attualmente adottati sono diversi da quelli che gli autori, specialmente i più remoti, usarono nei loro scritti dî biologia; ma siccome tali antiche denominazioni si trovano molto spesso ripetute nei testi, così ho creduto opportuno, dopo il nome moderno, indicare fra parentesi quello più antico usato dall’ autore del quale si parla e il cui nome ho posto avanti; così Apalus analis (Mayet, Sitaris colletis) significa che 1’ insetto che secondo il Borchman si deve chiamare Apalus analis era stato indicato dal Mayet come Sitaris colletis; così mi pare che si raggiunga brevità e chiarezza.
12 | G. PAOLI
Sitaris colletis) le cose non procedono diversamente, salvo che le uova son depo- ste nella galleria stessa dall’ Imenottero, le larve si attaccano ai maschi, che sono i primi a nascere; da questi passano sulla femmina durante 1’ accoppia- mento e così son trasportate nelle nuove celle.
Questa complicata biologia fu ritenuta tipica dei Meloidi e viene tuttora riportata come esempio nei trattati di zoologia; il Fabre (1882) diede a questo insieme di trasformazioni il nome di ipermetamorfosi.
. Il Mayet (1876) scopre più tardi la larva della Mylabris quadripunctata L. e scrive meravigliato: « Tous les triongulins observés jusqu’ à présent se fixent sur diverses espèces d’ Hyménoptères; mais je me demande si ceux des Mylabris ne font pas exception à cette règle. Comment supposer, en effet, que ces larves relativement si grosses, si lourdes et surtout dépourvues d'appareil fixateur, puissent se tenir cramponnées aux poils d’un insecte? Quelle espèce de Melli- fère serait assez grande pour transporter de tels parasites? et quelle espèce faudrait-il pour recevoir dans sa toison les triongulins de 1!’ énorme Mylabris oleae, qui doivent atteindre 6 millimètres de longueur au moins? N’ est-il pas plus naturel de penser qu’ils doivent gagner eux-mêmes les nids d’ Hymé- noptères ? ». |
Il sospetto del Mayet fu poco dopo dimostrato giusto dal Riley (1876) che scoprì che in alcune specie dei gen. Epicauta e Macrobasis le prime larve raggiungono da sè stesse le ooteche degli Acrididi, vi penetrano dentro e si cibano delle uova, passando attraverso ad altre forme larvali e ad uno stato quiescente, che egli chiamò larva coartata; si conobbero così dei Meloidi, le cui larve non si facevano trasportare e che si sviluppavano nelle ooteche degli Acrididi ma con una successione di forme simile a quella delle Meloë e Apalus. |
Altro importante contributo fu dato di nuovo dal Fabre (1886), il quale trovò che le larve di Cerocoma Schaefferi si sviluppano nelle celle di Tachytes, ove si nutrono di piccole Mantidi, con cui l’ Imenottero predatore ha approv- vigionato il nido.
Diverse pubblicazioni non meno importanti furono compiute dal Beau- regard, il quale (1890) pubblicò in un grosso volume i resultati dei suoi lunghi studi sugli Insetti Vescicanti, riassumendo anche le ricerche di tutti i precedenti autori; egli ebbe pure la fortuna di seguire lo sviluppo della Lytta vesicatoria (Beauregard Cantharis vesicatoria), e dimostrò che le prime larve, nascendo da uova deposte in fori praticati nel terreno, penetrano dentro a questo e vanno alla ricerca di nidi di Imenotteri melliferi, nei quali si sviluppano; quando abbiano raggiunto il completo accrescimento, escono, si approfondano assai nel terreno ed ivi si trasformano in ipnoteca.
Questi sono in succinto i capisaldi degli studi sui Meloidi; oltre agli autori citati molti altri portarono negli stessi tempi e successivamente i loro contributi più o meno importanti; non intendo di fare la storia di tutte le ricerche; ricordo soltanto come molte specie, che si sviluppano nelle ooteche degli Acrididi, sono state in epoca recente studiate dal Portscinschi (1914) ed altri autori russi, ed in Italia dal De Stefani (1913) e per ultimo dallo scri- vente (1937); nè si posson tacere i numerosissimi studi su Meloidi di molti generi e con regimi alimentari diversi, proseguiti per molti anni dal Cros,
je ER
MELOIDI RE N
alcuni dei quali hanno fornito preziosi elementi per questa nota e saranno
più avanti citati.
La maggior parte degli studi fatti sui Meloidi sono purtroppo incompleti e frammentari; le descrizioni non scendono mai ai particolari più minuti, i disegni che li accompagnano sono troppo spesso insufficienti; di molte specie di Meloidi si conosce soltanto la prima larva; le fasi successive non sono state vedute, oppure sono descritte troppo sommariamente, comprendendo le diverse fasi, che precedono la ipnoteca, sotto il nome generico di seconda larva; soltanto alcune ipnoteche sono meglio conosciute per opera del Cros (19280), ma anche questo autore le considera dal solo punto di vista descrittivo, men- tre che sarebbe stato del più alto interesse di conoscere anche 1’ ambiente, nel quale furono trovate.
In conclusione, su oltre 2000 specie di Meloidi note, quelle per le quali si sa qualcosa intorno alla loro biologia non arrivano forse a cento, ma per lo più si tratta della sola conoscenza della prima larva o dell’ ipnoteca e spesso le scarse notizie che si hanno, oltrechè estremamente frammentarie, sono sud- divise in varie pubblicazioni e non sempre dellc stesso autore. |
Il fatto non deve recar meraviglia, perchè la complicata esistenza di questi insetti si svolge nei primi tempi molto rapida, e perciò difficile a sorprendersi, e poi lentamente, sempre dentro a nidi di Imenotteri o altrimenti nascosta sotto terra, in ambienti perciò poco facilmente accessibili; quando si abbia la for- tuna di metter la mano su un nido che contenga larve di Meloidi, il fatto stesso di averle messe allo scoperto può disturbarle e farle morire; 1’ allevamento delle larve è tutt’ altro che facile, dato il particolare ambiente, del quale ogni specie abbisogna e che raramente è noto, o non si può avere sotto mano, quando si avrebbe la larva da allevare; davvero ammirevole è |’ opera del Dr. Auguste Cros, il quale da 35 anni indaga la vita di questi insetti, tentando in ogni mcdo
. di allevarne le larve e di scoprire i segreti della loro biologia, e sui quali ha
già pubblicato non meno di sessanta contributi; in uno di questi (Cros, 1933) egli ha riassunto le principali caratteristiche morfologiche e biologiche della prima larva di molte specie di questa interessante famiglia.
Lo scopo di questa nota è quello di mettere in evidenza |’ evoluzione dei Meloidi, prendendo come punto di partenza non la Meloé o l’ Apalus (Auct., Sitaris), ma una specie oofaga, la Mylabris variabilis, che è stata da parte mia oggetto di uno studio morfologico e biologico (Paoli, 1937); dopo riassunta la sua biologia passeremo all’ esame di altre specie, per poi arrivare a conside- razioni di indole generale.
Come vedremo, la Mylabris variabilis conserva caratteri primitivi e per questo può essere presa come modello per lo studio degli adattamenti, che si verificano negli altri Meloidi, trovandosi nello sviluppo di essa tutta una serie di forme perfettamente distinte, le quali possono servire di base per meglio intendere le modificazioni, che avvengono nelle altre specie.
La figura 1 dà una sommaria idea della biologia di questa specie in relazione anche con quella del Dociostaurus maroccanus.
La femmina della Mylabris variabilis depone circa 40-50 uova in un foro a forma di pozzo da essa stessa scavato in terra (fig. 1, E e F); le larve che ne nascono (prima larva) sono agili (fig. 2, A e A’ e fig. 3), camminano atti-
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Fig. 1 — Spiegazione a pagina seguente.
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vamente e penetrano nel terreno dove raggiungono un’ ooteca, ‘vi si intro- ducono (fig. 1, G); dopo essersi nutrite di un uovo o due, fanno una muta e si trasformano in larve sedentarie (seconda larva), tozze, molli (fig. 1, I e fig. 2, B), che si cibano delle uova dell’ Acridide; nutrendosi attivamente, cre- ‘scono e compiono altre due mute (fig. I, J, K e fig. 2 C) (terza e quarta larva). | Raggiunto il completo accrescimento, fanno ancora una muta e ne viene fuori una quinta larva (fig. 1, L), la quale somiglia molto nell’ aspetto alle tre precedenti, ima non si ciba; fora la parete dell’ ooteca, passa nel terreno e si affonda (fig. 1, M e N); per questo io |’ ho chiamata larva fossoria discendente; quando abbia raggiunta una certa profondità, si trasforma in ipnoteca (fig. 1, O e fig. 2, D), immobile, rigida con tegumento ispessito; la spoglia larvale resta aderente alla estremità posteriore del corpo, avvolgendola parzialmente; que- sta ipnoteca è la sesta larva o larva quiescente, ibernante. Dopo che sia trascorso il tempo conveniente, alla primavera successiva, il tegumento dell’ ipnoteca si fende lungo il dorso e ne esce la settima larva (fig. 1, Re S e fig. 2 E), di aspetto simile alla quinta e che è la larva pre- pupale; questa è di nuovo fossoria e risale nel terreno, fino ad arrivare in prossimità della superficie (fig. 1, V) ed ivi si trasforma in ninfa (fig. 1, W e X e fig. 2, HF), e poi in adulto (fig. 1, Vie Z e fig. 2, G). Conviene dunque fissare i capisaldi dello sviluppo larvale di questo Meloide e le tre fasi attraverso alle quali si compie: 12 fase, ambulatoria, rappresentata dalla prima larva, impropriamente detta triungulina (fig. 2 A e A° e fig. 3); essa è destinata a raggiungere l’ am- biente trofico adatto ed ha pertanto il corpo slanciato, con scleriti bene chiti- nizzati e congiunti da membrane assai elastiche ed estensibili, per il che il
Spiegazione della Fig. 1 — Quadro dimostrativo della biologia della Mylabris varia- bilis, Meloide avente larve oofaghe del Dociostaurus maroccanus e di altri Acrididi. (Tutti i disegni, ad eccezione di G sono a grandezza naturale). Al principio dell’ estate, quando i Dociostaurus cominciano a deporre le uova (A), le Mylabris adulte già volano per nu- trirsi e maturare le uova (B); il disegno C rappresenta un’ ooteca di Dociostaurus aperta; longitudinalmente e il dis. D un gruppo di due ooteche chiuse. In E si vede una Myla- bris che sta deponendo le uova in un foro da essa scavato nel terreno e presso al muc- chio di terra estratta; il dis. F mostra una deposizione di Mylabris già completa, con le uova in fondo al foro, che è poi riempito con la terra precedentemente estratta; il dis. G fa vedere, ingrandita, la larva di Mylabris, che sta forando la parete di un’ ooteca di Dociostaurus, per penetrarvi. | Successivamente si vede lo sviluppo larvale della Mylabris dentro Il? ooteca e i dis. H, I, J, K mostrano rispettivamente la I, II, III, IV larva; in L la V larva è ancora dentro l’ ooteca, ormai vuota di uova e contenente gli escrementi e le spoglie delle diverse forme _larvali; essa poi esce fuori (M) e scava nel terreno un cunicolo (N); ciò avviene alla fine dell’ estate e al principio dell’ autunno; la V larva si trasforma in VI (ipnoteca), che passa l’ inverno, racchiusa in una cella (0); sopra di essa (P) è rappresentata un’ ooteca col foro di uscita della larva della Mylabris.
Alla primavera successiva, verso 1’ epoca in cui le cavallette stanno nascendo, (Q), dal tegumento resistente dell’ ipnoteca (R) esce fuori da VII larva (S), che scava un nuovo cunicolo più o meno tortuoso; le ooteche sono allora già vuote, o perchè ne sono nate le cavallette (7), ed allora hanno la parete integra, ma sono aperte superiormente e conten- gono i gusci delle uova, oppure perchè sono state abbandonate dalla Mylabris (U) o da altri “oofagi, ed in tal caso hanno la parete forata, ma superiormente sono chiuse dall’ oper- “colo e dal tappo spugnoso; la VII larva, continuando il suo cunicolo, risale (V) e, giunta poco sotto alla superficie del suolo, incrisalida, all’ epoca in cui le cavallette sono per la maggior parte fra la terza e la quinta età; la ninfa di Mylabris, prima bianca (W) diviene nerastra, quando J’ adulto sia completamente formato dentro di essa (X); all’ estremità posteriore rimane aderente la spoglia larvale; dalla ninfa viene poi fuori l’ adulto, che resta ancora qualche giorno sotto terra (Y) e finalmente fora il terreno >isoprastante e viene all’esterno (Z).
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Me corpo acquista grande agilita, potendosi facilmente piegare in ogni senso; le a ‘zampe (fig. 5 À e A’ e fig. 6, A) sono pure slanciate, mobilissime ed atte perciò
Fig. 2 — Sviluppo della Mylabris variabilis Pall. A, prima larva; B, seconda larva; C, quarta larva (somigliante alla terza e alla quinta); D, sesta larva o ipnoteca, con la spo- glia larvale aderente alla parte posteriore de]. addome; E, settima o ultima larva; F, ninfa; G, adulto; (tutte ingrandite circa sei volte) A’, prima larva, ingrandita circa 16 volte.
N. B. - La quarta larva (C) è stata disegnata da un individuo fissato dentro I’ ooteca, alla forma della quale si è, in certo modo, modellata; quando sia estratta vivente, prende subito la posizione incurvata, melolontoide.
alla rapida deambulazione; terminano con un tarso di un solo articolo assai lungo e sottile, leggermente adunco, che porta da ogni lato una setola lun- ghetta, ieggermente curvata, abbastanza simile nella forma e nella grossezza
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al tarso medesimo, sicchè a piccolo ingrandimento la zampa può sembrare ter- minata da tre setole o unghiette; le mandibole sono robuste, adunche, a base ingrossata col margine interno tagliente, ornato di finissime denticolazioni tutte eguali. E’ dunque una larva adatta a camminare, a penetrare attraverso le minute screpolature del terreno, e a scavarlo per mezzo delle adunche mandibole.
22 fase, oofaga, rappresentata dalla seconda, terza e quarta larva; durante questa fase la larva vive dentro l’ ooteca, si nutre attivamente, ingrossa rapi- damente e raggiunge il suo completo accrescimento; le tre forme larvali sono tutte delio stesso aspetto (fig. 1, I, J, K e fig. 2, B e C), ma sono fra loro distinguibili, oltrechè per le dimensioni, anche per caratteri microscopici del ‘cranio, delle parti dell’ apparato boccale e del tegumento; queste tre forme larvali hanno corpo molle, piuttosto atticciato, ricurvo verso il lato ventrale; le sei zampe sono molto brevi (fig. 6, B, C) e, data la vita che conduce l’animale, non esplicano che una limitatissima attività dentro l’angusta cavità dell’ooteca; esse sono tuttavia normalmente conformate, tanto che, se tali larve vengono estratte dall’ ooteca, sono in grado di camminare rapidamente; le mandibole sono robuste, cor un grosso dente, a sua volta con tre o quattro denticolazioni.
Fig. 3 — Prima larva di Mylabris variabilis, veduta di lato (Xx 16).
Tali larve hanno dunque i caratteri di quelle viventi in ambiente confinato, al riparo da cause nemiche, cioè hanno tegumento molle, forma del corpo accor- ciata, zampe poco sviluppate.
3% fase, afaga; al pari della - fase precedente; comprende ‘tre forme, le quali hanno in comune il solo carattere di non prendere nutrimento; essa risulta di una forma (quinta larva) mobile, che abbandona l’ooteca dove si è sviluppata per raggiungere uno strato di terreno più profondo e più riparato; di una successiva forma (sesta larva) detta ipnoteca (fig. 2, D), immobile e protetta da un tegumento rigido, molto resistente e finalmente di un’ ultima forma (settima larva) (fig. 1. S, V e fig. 2 E), che ritorna verso la superficie, cioè in ambiente più propizio alla fuoruscita dell’ adulto, ed ivi si trasforma in ninfa.
La quinta e la settima larva hanno il corpo conformatu come quelle oofaghe, cioè con tegumento molle e zampe ridotte, ma funzionalmente normali (fig. 6, D, E) e posseggono mandibole robuste, le quali nei particolari differi- scono da quelle delle forme oofaghe, e sono adatte a scavare nel terreno. L’ipno- teca invece è una vera forma di larva incistidata, come la considerò il Künckel; è immobile, con tegumento coriaceo, rigido, intensamente colorato in fulvo bruno; le appendici boccali e le zampe sono rudimentali, e non sono articolate, ma costi- tuiscono un tutto rigido col restante del tegumento; essa è dunque una forma oltrechè quiescente, resistente, completamente corazzata, tanto che sembra esa-
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gerata una sì grande protezione e difesa in un ambiente come è quello dei nostri paesi nell’ epoca geologica attuale; tale stadio, almeno coi caratteri indicati, sembra per ora esclusivo della famiglia dei Meloidi; I’ ipnoteca è normalmente ibernante, cioè la sua durata va dall’ autunno alla primavera successiva, ma può prolungarsi anche per più annate di seguito.
Gli autori, a cominciare dal Newport (1851) e dal Fabre (1857), conside- rano un numero molto minore di larve, di quello che ho sopra indicato; e cioè danno il nome di seconda larva a tutte le forme comprese fra la prima larva, o triungulina, e l’ipnoteca, le quali sono in realtà quattro (seconda, terza, quarta e quinta); esse si assomigliano infatti tutte grandemente nell’ aspetto, e potrebbero perciò considerarsi tutte come dello stesso tipo, ma in realtà tre sono oofaghe e |’ ultima è afaga e fossoria.
Il Riley (1883), in sostituzione di quanto aveva scritto precedentemente, distingue sei forme larvali, alle quali conferisce rispettivamente le seguenti denominazioni: Triungulina (= 1? larva), Caraboide (— 2* larva), Scara- beoide (= 3° e 4* larva), Coartata (= 5° larva 0. iproteca),. Scolitoidé (= 67 larva),
Anche il Cros (1928 a), nel riassumere brevemente la biologia dei Meloidi, ammette che fra la prima larva e l’ipnoteca vi siano tre forme di accrescimento; veramente in specie viventi nei nidi di Imenotteri, prive cioè di una forma migrante avanti della trasformazione in ipnoteca, questa quinta larva può pas- sare facilmente inosservata, tanto più quando non si proceda ad un accurato esame microscopico.
Bisogna giungere, per quanto sappia, ad una mia comunicazione (Paoli, 1932) presentata al Congresso Internazionale di Entomologia a Parigi, per tro- vare una precisa indicazione di questa larva fossoria, che collega il periodo di nutrizione e accrescimento a quello quiescente di ipnoteca (1).
Successivamente anche lo Zachvatkin (1934) constatò l’esistenza di cinque stadi larvali prima dell’ ipnoteca per la Mylabris zebraea e M. fusca ed io (1937) ho particolareggiatamente descritto le medesime per la M. variabilis.
In quanto alla ultima (settima) forma larvale, merita di esser rilevata la sua attività e la sua durata, poichè in generale nei Meloidi la forma prepupale, cioè fra ipnoteca e ninfa, ha, secondo il Cros (1928a), le appendici meno svi. luppate che quelle precedenti all’ ipnoteca e i suoi movimenti, benchè possibili, sono in generale molto limitati; nella Mylabris variabilis, al contrario, la larva della settima età ha le mandibole più grosse e robuste che quelle di tutte le forme precedenti, impiantate su un capo più grande e più sclerificato, le zampe un poco più lunghe e con tarso più lunge e più robusto; è insomma una forma destinata ad esplicare una notevole attività e di non breve durata ed infatti essa, dopo aver vagato più o meno sottoterra, si dirige verso l’alto, fino a raggiungere lo strato poco sottostante alla superficie.
Si capisce come, anche in questo caso, le specie di Meloidi, le quali com- piono tutto il loro sviluppo rinchiuse dentro le celle di Imenotteri, abbiano la larva della settima età immobile o quasi, priva pertanto di ogni attività e pet
(1) Quando questa nota era già composta, per la cortesia del Dottor A. .Cros, sono venuto a conoscenza (de visu) della pubblicazione del Yazuikov (Zachvatkin) sui parassiti delle ooteche degli Acrididi in Turchestan (1931), constatando che egli aveva già precedente- mente riconosciuto la successione di quattro forme larvali dopo il triungulino e prima dell’ ipnoteca in diverse specie di Epicauta e di Mylabris.
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conseguenza anche le appendici boccali e locomotorie, le quali non hanno nessun - ufficio, siano più ridotte.
Come ulteriori modificazioni ed eccezioni si possono considerare i casi osservati dal Cros per alcune Meloë (1912a) e Cerocoma (1924a) di reitera- zione di ipnodia cioè di una alternata ripetizione di ipnoteca e larva prepupale, vale a dire che da questa forma, anzichè passare alla ninfa si torna alla ipnoteca e poi di nuovo a larva prepupale e così anche per quattro volte successiva- mente, sicchè le forme si potrebbero contraddistinguere coi numeri 64, 74, Gal, 74, Gall Tall, Sarebbe tuttavia da ricercare se ie forme 6, 61, 6H..... e-7, 7, 7% non presentino realmente qualche differenza fra loro.
Ur’ altra eccezione è quella, pure osservata dal Cros (1924a), dell’ ultima larva di Cerocoma Vahli, la quale, negli esperimenti da lui cordotti, divorò in parte una ninfa di Ceratina, dimostrando così che anche allo stadio prepupale essa è capace di nutrirsi.
Le ricerche fatte dal Riley su alcune specie oofaghe, le prime conosciute con tale regime alimentare, non valsero a mettere in rilievo che queste dove- vano esser considerate come migliori rappresentanti della biologia dei Meloidi, che non quelle viventi nei nidi degii Imenotteri, le quali invece. continuarono ad essere prese come modello di quel fenomeno, a cui il Fabre aveva dato il nome di ipermetamorfosi, e che il Berlese (1913) propose di cambiare in quello di polimorfosi.
Per quanto le conoscenze sulla biologia delle larve delle varie specie di Meloidi siano tuttora, come è stato detto, molto incomplete e frammentarie, si possono tuttavia riconoscere, secondo i vari punti di vista, alcuni principali tipi di comportamento.
Considerando le prime larve, si vedono due diverse maniere impiegate per raggiungere l’ ambiente trofico, e cioè alcune lo ricercano e lo raggiungono coi propri mezzi, camminando e penetrando nel terreno, ed altre si fanno tra- sportare da Imenotteri; evidentemente la prima maniera è la primitiva e la seconda rappresenta un ulteriore adattamento evolutivo.
Nella prima categoria noi possiamo considerare le specie dei generi Epicauta, Lydus, Mylabris, Lytta, Cerocoma, alcune Meloé (majalis), nella seconda altre Meloë (cicatricosus, foveolatus), gli Apalus, Sitarobrachys, Zonitis, Leptopalpus.
Le larve triunguline, che si fanno trasportare dagli Imenotteri, sono in _ generale assai più piccole che le altre; e questo era già stato previsto dal
Mayet (1876), come è stato sopra indicato. Conviene anche osservare che in alcuni generi, come nelle Meloë, non tutte le specie hanno lo stesso comportamento.
Le dimensioni delle prime larve sono evidentemente dipendenti dalla grandezza delle uova e questa può a sua volta essere in relazione colla quan- tità che ogni femmina produce; infatti vediamo che di fronte ad un numero limitato (qualche centinaio al massimo) di uova, il cui diametro maggiore si aggira sui due millimetri, prodotte dalle specie appartenenti alla prima cate- goria, si hanno anche più migliaia di uova, talvolta di misura inferiore al milli- metro, deposte dalle femmine della seconda categoria e questo è anche in
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relazione ai rischi ai quali è esposta la vita della prima larva, come vedremo più avanti.
Possiamo raggruppare i Meloidi anche secondo :l regime alimentare durante il periodo larvale, ripetendo I’ osservazione, già fatta, che anche sotto questo punto di vista non sempre le specie appartenenti ai singoli generi si comportano iutte egualmente.
Si possono dunque dividere le larve dei Meloidi, almeno per quello che finora è noto, in due gruppi principali e cioè quelle che si cibano di alimento di origine animale e quelle adattate ad un alimento di origine vegetale. Nel primo gruppo potremo collocare le specie oofaghe, cioè viventi nelle ooteche degli Acrididi e che divorano le uova in esse contenute, e le entomofaghe, che si nutrono di insetti, tanto se questi costituiscono |’ approvvigionamente di celle di Imenotteri predatori, quanto se siano le larve stesse di Imenotteri melliferi. Nel secondo gruppo stanno le specie, le cui larve si alimentano del miele accu- mulato dagli Imenotteri melliferi dentro alle loro celle.
Fra questi due gruppi potremo collocare, a guisa di anello di unione, un terzo, comprendente quelle specie in cui la larva compie il suo sviluppo con alimenti delle due nature indifferentemente o successivamente.
Sono oofaghe molte specie di Mylabris (*), di Epicauta (?) la Macrohasis cinerea (Riley, M. unicolor), il Tetraonyx cyanipennis, l’ Henous confertus; sono entomofaghe il Cerocoma Schaefferi e alcune Mylabris (?); sono mellivore o melittöfaghe alcune Meloé, |’ Allendesalazaria nymphoides (Cros 1913a, Hornia nymphoides), alcune specie dei generi Sytarobrachys, Apalus, Zonitis; finalmente al gruppo intermedio, cioè ad alimento indifferente o misto, appar- tengono numerose specie che si sviluppano nei nidi di Imenotteri melliferi, ma che si nutrono di quello che vi trovano, sia della larva completamente cre- sciuta (o anche della ninfa), sia della larva giovane e del miele residuato, oppure anche di solo miele; si alimentano in questa maniera il Cerocoma Vahli, la Lytta vesicatoria, la Meloë foveolatus, la M. majalis e probabilmente molte altre, delle quali è noto soltanto che si sviluppano nei nidi degli Imenotteri.
Se ora consideriamo che le forme libere sono da ritenersi come aventi caratteri più primitivi, dobbiamo concludere che le specie di Meloidi, deile quali la prima larva va liberamente in cerca del nutrimento, si devono consi- derare come aventi caratteri meno evoluti delle altre, le quali hanno larve che si fanno trasportare dagli Imenotteri e che, con sistemi più o meno compli- cati, raggiungono l’ ambiente trofico; come tipo di forma primitiva dei Meloidi possiamo dunque prendere le specie oofaghe e ritenere che le altre siano derivate da quelle, per successivi adattamenti.
Su questa base potremo ricostruire la filogenia dei Meloidi nella maniera seguente. I Meloidi derivanti dal Protocantharideon del Ganglbauer (1903) devono
(1) Mylabris calida, cincta, crocata, decempunctata, floralis, Frolovi, fusca, geminata, impar, Ledereri, magnoguttata, ocellata, pustulata, quadripnnetata, quatuordecimpunctata, Schreibersi, sedecimpunctata, sibirica, Sitbermanni, tekkensis, variabilis, zebraea.
(2) Epicauta cinerea,